25 aprile, 2013
Nei primi mesi del 1994 fui protagonista, insieme a diversi artisti e scrittori, uniti sotto legida della cooperativa culturale Raccolto, di una serie di importanti iniziative per le celebrazioni del Cinquantesimo anniversario della Resistenza, con progetti di intervento culturale che coinvolsero diversi comuni dell'hinterland milanese. Una delle iniziative prevedeva la raccolta di testimonianze di alcuni episodi della storia locale che poi, passate al vaglio della scrittura narrativa, sono confluite un intenso volume di racconti ("Esistenza di Resistenza", Ed. Raccolto). Tra i vari racconti che ebbi l'onore di ascoltare e rinarrare, mi piace oggi riportare la storia di due giovani innamorati che mi fu raccontata da Egidio Crippa e che qui riporto quale omaggio ai tanti giovani uomini e donne che hanno donato la loro vita e il loro amore.
Fuggiva di novembre una nebbiolina tersa che accompagnava i due giovani da Vittuone fino a Lezzeno, sulle sponde del lago di Como. Era una nebbiolina che nascondeva gli uomini e le cose, lasciando un senso ansioso ma invitante di segretezza, un sapore mascherato di celerità, quell'odore di vita che solo si respira quando l'ansia di esistere si mischia alla paura di morire.
Giampiero aveva passato parte del breve viaggio a riepilogare orari e strategie del piano. Era stato lui a portare la notizia che un automobile di gerarchi tedeschi sarebbe scesa lungo le diramazioni del lago di Como fino ad attraversare il piccolo paesino di Lezzeno.
Come patriota infiltrato dell'esercito repubblichino, era spesso riuscito ad avere importanti informazioni sugli spostamenti e le intenzioni dei fascisti e dei tedeschi e non aveva esitato a passarle ai partigiani con cui era in contatto.
Elisa lo accompagnava partecipando a questa lotta fatta di sotterfugi, di incontri segreti, di piccoli e grandi sabotaggi, facendo da tramite tra le rivelazioni del suo amore e il corpo volontari della libertà.
Si erano conosciuti così Elisa e Giampiero: il bel capitano infiltrato e la coraggiosa staffetta. Messaggio cifrato dopo messaggio cifrato, erano nato il loro amore... fino a quel piccolo biglietto, questa volta solo per lei, con cui Giampiero si era dichiarato: segreto tra i segreti, il più bello e dirompente, premessa di un altro sabotaggio, però del cuore.
Da quel giorno, ogni compito, pur ingrato e pericoloso, aveva avuto per loro tutto un altro sapore e pulsava nelle vene incarnando come mai il concetto di avvenire. L'insopportabile peso dei soprusi che fino allora aveva popolato le loro convinzioni guerriere, ora si incoronava del bisogno che ogni amore muove quando la vita con le sue istanze viene a bussare alla tua porta e allora capisci che tocca proprio a te, che non si può rimandare.
Eppure quel giorno di novembre, mentre il paesaggio scalpitava velocemente dietro i finestrini appannati e la nebbia pareva non voler diradare, quella fatalità che ogni volta li aveva portati, fermi sicuri, nei loro vent'anni, lungo la strada della libertà da riconquistare, quella certezza pareva venir meno: tarpata da un senso più forte di paura, da un sentore più alto di rischio.
Elisa lo ascoltava parlare di minuscole precisazioni, di mosse parallele e sincronizzate, ma sembrava cercare con gli occhi una forza che ancora quel giorno non possedeva, un coraggio che sia lui che lei dovevano ancora fermentare.
Quando l'automobile si fermò nella piccola piazza di Lezzeno non era ancora ora di destinare. Scesero insieme ai bagagli davanti alla pensione che li avrebbe ospitati e, silenziosi e circospetti, entrarono recitando un sorriso da matrimonio appena celebrato, una luna di miele da consumare, un copione che se tradiva la realtà, certo non smentiva la speranza.
Un signore bruno, dai lunghi baffi cortesi, li accompagnò sino alla loro camera, gli auguro una buona permanenza e chiuse la porta dietro alle sue spalle. Appena se ne fu andato, Giampiero si mise a ridere: "Se sapesse perché siamo qui non sarebbe così ossequioso," ma era un riso teso e nervoso. Elisa lo abbracciò, senza replicare.
Non sapevano a che ora sarebbe passata la macchina con i comandanti delle SS ma sicuramente sarebbe successo tra quella notte e la mattina seguente. Decisero che avrebbero fatto dei turni di guardia. Da quella postazione potevano facilmente avvistare l'auto prima che questa si trovasse nel luogo predisposto all'attacco.
Fu una notte lunga e silenziosa, abbagliata da allarmi immotivati, sogni interrotti e fitti dialoghi che andavano a costruire promettenti e fiduciosi domani, esorcizzando il presente.
Poi, verso il mattino, Giampiero scorse l'auto scendere verso il paese. Elisa dormiva, turbata da un sonno agitato. Giampiero si volse e la destò dolcemente.
"È ora," disse, "Sei pronta?".
"Pronta," rispose Elisa, come se mai avesse dormito.
Giampiero sorrise. Indossò la giacca e il cappello e prese l'uscita. Non era il caso di baciarsi, di dare corpo con quel gesto a un qualsiasi presagio. Avrebbero avuto tempo dopo, tutto il tempo per amarsi, tutta la vita... insieme.
La strada lo accolse e un vento ghiacciato fece a pezzetti i suoi dubbi e le paure, l'eccitazione e l'angoscia.
Elisa guardò un'ultima volta dalla finestra che dava sulla piazza, lo vide correre verso il luogo dell'agguato, poi chiuse le tende per non essere scorta e cercò l'orologio per non perdere l'ora stabilita.
Non ebbe tempo di fare altro, gli spari la raggiunsero stupita e impreparata. Spalancò la porta della stanza con gli occhi che avvampavano terrore, scese di corsa le scale e si trovò improvvisa davanti alla tragedia.
Prima che le pallottole la colpissero, capì che qualcuno li aveva traditi.
14 febbraio, 2013
Nomen omen: LogoPaideia, la Paideia
Nel post precedente ("Nomen omen: il Logos") abbiamo accennato alla complessa articolazione del logos attraverso cui l'umano, al di là di dar vita a un suono sofisticato e unico tra i viventi, esercita il suo potere su cose e persone riconoscendole e facendosi riconoscere (ovvero legandole a sé) attraverso -appunto- la parola.
Ed è proprio la natura di questo legame, di questo incontro tra il soggetto che emette un suono e le cose e le persone che questo suono incontra e lega a sé, che evoca la natura relazionale insita nel logos, nella parola, quella natura che vorremmo esplicitare con il concetto di "paideia".
Il senso della "paideia" (che, come abbiamo già avuto modo di dire nel post precedente, con "logos" dà origine al lemma "logopedia" e battezza il nostro centro terapeutico: "LogoPaideia"), non rinvia dunque solamente a una sorta di educazione della voce che, male educata per patologie o disturbi d'altra natura, deve essere riabilitata attraverso specifiche metodologie, tecniche e saperi propri di quella branca della medicina che è -appunto- la logopedia.
Paideia significa, invece, per noi, anzitutto la precisa e feconda attenzione a tutto quel mondo delle relazioni che la parola, il logos, col-lega o vorrebbe col-legare, e che deve essere parimenti curato attraverso un'adeguata azione pedagogica (che pure il lemma "paideia" comprende), poiché in quei legami cui la parola aspira, si celano profonde risorse affinché la parola stessa abbia più ampie possibilità di essere efficacemente rieducata nella sua capacità di espandersi nel mondo creando relazioni "nutrienti".
Per questo da noi le famiglie e, comunque, l'universo affettivo e educativo del soggetto in cura (si pensi alla scuola nel caso che il soggetto sia un minore) non aspettano fuori dalla porta del terapeuta, ma sono parte sostanziale del processo terapeutico stesso; partecipano, quali protagonisti attivi: prima chiamati ad apprende, in studio, le tecniche della cura in una sorta di training accompagnato dal terapeuta che lavora col soggetto, poi chiamati a somministrare esercizi e strategie fuori dallo studio, dando continuità giornaliera alla cura stessa.
Allo stesso modo: soggetto in cura, famiglie e contesti affettivi e educativi correlati sono accompagnati, in un attento percorso pedagogico, a comprendere le risorse più adeguate e gli accorgimenti più proficui affinché la parola, il logos, trovi, nelle relazioni cui tenta (pur con tutte le sue difficoltà) di legarsi, configurazioni facilitative in cui siano promosse le risorse e rimossi gli ostacoli.
Quando la parola, il logos, viene meno, o è in qualche modo compromesso, non è solo il soggetto deficitario che necessita di essere curato, ma tutto il suo contesto affettivo e educativo rischia, se non adeguatamente accompagnato, di innescare, suo malgrado, atteggiamenti disfunzionali che possono finire per limitare le possibilità di accesso al benessere del soggetto.
08 febbraio, 2013
Nomen omen: LogoPaideia, il Logos
Logos e Paideia, i due vocaboli di origine greca con cui abbiamo battezzato, fondendoli, il nostro centro terapeutico (LogoPaideia), riassumono, come spesso accade alle denominazioni, il senso della nostra mission, donandogli quella sostanza che, nei nostri percorsi di cura in studio e in questo spazio virtuale che qui si inaugura, si dirama in molteplici rivoli (forme, contenuti, percorsi, metodologie, etc.), ma senza mai disgiungersi dal fluire primigenio del fiume che l'ha generata e la genera e in cui scorrono, appunto, logos e paideia.
Partiamo da Logos, dunque, che in greco antico (λέγειν léghein), a differenza di come si è soliti pensare, ha un significato ben più complesso del "semplice" riferimento al parlare cui siamo abituati.
I greci, nella parola logos, restituivano, infatti, una molteplicità di sensi come: raccontare, enumerare, scegliere, designando, cioè, nel logos, la complessa articolazione delle relazioni, dei legami con le persone e le cose che la parola, il logos, media, traduce facendo dell'uomo quell'animale incredibilmente dotato, capace, unico tra i viventi, di com-prendere il mondo, portandolo a sé e in sé per poi trasformarlo, anche (e forse soprattutto) grazie alla parola, a suo uso e consumo.
Il logos, insomma, la parola, non è semplicemente "parlare" ma, soprattutto, dare un senso, il nostro senso, al mondo che abitiamo attraverso l'emissione di un suono che, rimbalzando contro le persone e le cose verso cui l'abbiamo lanciato, ci torna indietro tanto più forte quanto più quelle persone e quelle cose rispondono con senso a quel suono, con-sentendo (sentono insieme a noi), che quel suono produca un senso.
Per questo, quando il logos zoppica, per patologie connaturate o inciampi di natura sociale e/o culturale, è la nostra capacità di introitare il mondo e dargli un senso che viene meno e, quindi, la nostra capacità di condividere questo senso con gli altri, ossia di nutrire le nostre relazioni e la nostra capacità di manipolare il mondo incidendo, a volte anche pesantemente, sul livello di benessere delle nostre vite.
Etichette: benessere, linguaggio, Logopaideia, logopedia, logos, Massimo Silvano Galli, senso, terapie, terapie del linguaggio, uomo
12 novembre, 2012
La Fine dell'Amore
Pubblichiamo l'intervento di Massimo Silvano Galli al convegno dell'Asl della Provincia di Milano 1: "Destinazione Famiglia", tenutosi a Rho, presso il Collegio dei Padri Oblati l'8 novembre 2012.
Nel marzo 2012 ho avuto il piacere di pubblicare, per i tipi di Firera & Liuzzo Publisching, un libro dal titolo "L'Amore alla Fine dell'Amore" in cui affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per una qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, si possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro, da coniugi o da divorziati, come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.
Nel marzo 2012 ho avuto il piacere di pubblicare, per i tipi di Firera & Liuzzo Publisching, un libro dal titolo "L'Amore alla Fine dell'Amore" in cui affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per una qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, si possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro, da coniugi o da divorziati, come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.
Ora, con il medesimo intento, prosegue la mia riflessione in uno specifico blog su internet (www.amoreciao.blogspot.com) dove, più o meno settimanalmente, raccolgo riflessioni in questa direzione e, in occasioni meno virtuali, come convegni e presentazioni, in cui cercò di condividere questo sguardo in una sorta di elaborazione, di studio condiviso che prosegue il discorso annunciato nel libro allargando il campo delle osservazioni non solo alla coppia, ma alla coppia nel contesto epocale in cui viviamo che, a mio avviso, può ugualmente dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire.
Mi piace definire questo contesto epocale in cui i vecchi paradigmi di definizione dell'amore sembrano non più corrispondere con le esigenze e gli agiti degli uomini, con le parole con cui Umberto Eco, nel suo "Postille al nome della rosa", descrive il concetto di post-moderno, periodo storico in cui, secondo molti, siamo immersi: “Penso all'atteggiamento postmoderno," scrive Eco, "come quello di chi ami una donna e, molto colto, sappia che non può dirle: 'Ti amo disperatamente', perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia, c'è una soluzione. Potrà dire: 'Come direbbe Liala, ti amo disperatamente'. A questo punto, avrebbe evitato la falsa innocenza, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dire: che l'ama, ma che l'ama in un'epoca di innocenza perduta.”.
A ben vedere, sembrerebbe proprio che la gran parte delle fenomenologie che caratterizzano la nostra epoca costringano l'umano, laddove voglia comprenderle ma, soprattutto, cercare di evitarne gli effetti negativi, ad abbandonare questo sguardo ingenuo di cui dice Eco. Si tratta di una richiesta del tutto nuova, che mai prima d'ora era emersa con questa potenza -potenza che pare aumentare, interrogando e fagocitando nuove aree della società, con una progressione direttamente proporzionale agli (apparenti) livelli di libertà che la stessa società dispone a favore dei suoi individui.
Dobbiamo rifarci a Erich Fromm per comprendere questa particolare configurazione dell'uomo post-moderno, quando, in "Fuga dalla libertà", ci fa riflettere su come la condizione di schiavitù che ha caratterizzato la vita della gran parte degli umani vissuti nelle epoche che hanno preceduto la fase di progressiva democratizzazione del globo (per altro ancora in progress), vada anche letta come deresponsabilizzazione delle scelte che erano demandate a dio, al re, al principe, al feudatario, al padrone e, via via, a tutte le figure della gerarchia sociale: il prete, il medico, l'insegnante, le forze dell'ordine... Condizione che se, appunto, evirava spazi di libertà, concedeva al contempo quella spensieratezza dell'esistere, tipica ad esempio dell'infanzia, quando qualcuno decide per noi e noi, pur subendo quella scelta, siamo sottratti alla fatica necessaria cui la scelta chiama e -appunto- alla responsabilità delle sue possibili conseguenze.
Psi pensi, per fare un esempio ancora molto recente di questa trasformazione, che quindi gran parte di noi ha avuto modo di sperimentare personalmente, al rapporto che avevamo fino a qualche decennio or sono con alcune figure emblematiche della società, come il medico o l'insegnante, la cui parola-verità era per lo più indiscutibile e che ora, invece, perduta (per diverse concause) la loro aurea sociale, sono largamente messi in discussione con, ad esempio, consulti di varia tipologia e natura prima di decidere -appunto- come curarsi e da chi farsi curare o, nel caso della scuola, con intrusioni della famiglia non solo negli aspetti educativi, ma anche nella didattica.
Insomma, come bene dice Edgar Morin: l’uomo è per natura un animale complesso, la differenza col passato è che oggi questa complessità ci salta addosso, non possiamo più evitarla, dobbiamo farcene carico ognuno personalmente. Le regole, i dettami morali, le ritualità che garantivano una certa coesione sociale si stanno progressivamente sfaldando sotto i colpi di piccone di ogni legittima richiesta di libertà individuale, il problema è che questa libertà, per essere gestita adeguatamente e non fare danni, deve comprendere anche elevati livelli di consapevolezza di sé, del mondo e dei fenomeni che lo sollecitano, quella che appunto Eco chiama "perdita di ingenuità".
Il rischio di una libertà non accompagnata da adeguati strumenti per gestirla, porta, infatti, paradossalmente, ad una obversione della libertà stessa che si accartoccia su se stessa quando ognuno di noi è, ad esempio, chiamato a prendere decisioni su argomenti talmente complessi (si pensi alla genetica, al nucleare, all'eutanasia) da rendere praticamente impossibile la scelta, se non optando per vie puramente emotive -e, in effetti, le fenomenologie e le questioni che attraversano la nostra società, e per cui le persone sono chiamate a scegliere, prevedono una tale e sofisticata conoscenza e su una tale quantità di problematiche che l'uomo comune, pur istruito, non è in grado di affrontare, anzi, su cui si dividono gli stessi esperti.
Tra queste scelte complesse cui siamo chiamati l'amore, e in particolare quell’amore che diviene coniugale e si connatura nella famiglia, non fa eccezione, anzi, in un certo senso, quando focalizziamo sull'amore coniugale e sulla famiglia le riflessioni appena trattate, le cose si fanno assai più insidiose. Vediamo come...
Anzitutto dobbiamo riflettere sul carattere di novità della famiglia contemporanea. La tradizione e lo studio delle culture umane ci ha reso, infatti, dotti sul fatto che, pur esistendo in tutte le civiltà una qualche ritualizzazione che celebra l'unione tra due persone, questa nulla ha mai avuto a che fare con un desiderio omogeneo dei due partner, quello che i poeti chiamano “amore”. Il fatto che ci si sposi, si faccia famiglia, per amore è parte di una visione assai recente che inizia culturalmente con il Romanticismo ma non si concretizza, nelle pratiche sociali di larga scala, prima degli anni Sessanta del secolo scorso.
Prima di allora, e in una certa parte del mondo tutt'oggi, il matrimonio, o le sue trasformazioni, sono, anzitutto, mero strumento riproduttivo e conservativo del patrimonium (il matrimonium, invece, attiene al femminile e riguarda la cura della prole), mentre alcune culture riservano all'amante il ruolo della passione amorosa. Nelle società tradizionali, insomma, non c’è spazio per le scelte del singolo che sono sempre conseguenti alle necessità della famiglia, del gruppo, della società, per questo amore e matrimonio viaggiano su due binari diversi: al primo (laddove emerga come esigenza, e non è detto che emerga) non consegue necessariamente un progetto di vita comune, quanto il (fugace) spazio della passione; il secondo non definisce una relazione amorosa, quanto l'unione di due famiglie o gruppi parentali che, attraverso quell’unione, si garantiscono un qualche tipo di continuità e sopravvivenza.
Questa modalità di vivere la relazione di coppia è talmente lontana dal nostro modus operandi, da sembrare oggi retaggio di una cultura non solo liberticida ma finanche contraria alla natura umana, tanto che si fatica a credere fosse norma comunemente accettata e praticata.
La domanda che a questo punto sovviene, non è differente da quella emersa nella disamina più generale: siamo davvero sicuri di possedere tutti gli strumenti per gestire adeguatamente questa libertà? Quali sono i rischi che stiamo correndo e che in passato sembravano non sussistere o sussistere in modo assolutamente marginale? Non è forse vero, e un po' paradossale, che, a differenza del passato, proprio oggi che amore e matrimonio sembrano coincidere, oggi che, insomma, ci sposiamo per amore, oggi il matrimonio non è mai stato così precario, tanto che le separazioni sembrano avviate a superare di gran lunga le unioni mettendo anzitutto in discussione, al di là dei singulti amorosi, il sistema ben più fondante e socialmente regolante della famiglia cui l'amore era, non a caso, subordinato fino appunto alla seconda metà del Novecento?
I motivi per cui assistiamo a questo fenomeno del tutto inusitato (soprattutto se teniamo in conto che in ogni società da che l'uomo è sapiens le unioni, la famiglia, rappresentano un elemento fondante per il funzionamento delle comunità -buono o cattivo che sia, su questo ci sarebbe molto da discutere) di destabilizzazione e fragilità delle unioni sono complessi e molteplici.
Per prendere un capo dell'intricata matassa, si pensi ad esempio alle ricerche di stampo scientifico che si divertono a tradurre in freddi processi biochimici la misteriosa poesia della natura umana. Questi scienziati pare abbiano individuato alcuni dei meccanismi che inducono l’amore, dimostrando che, quando ci innamoriamo e nelle fasi che succedono all'innamoramento, si scatenano nel nostro corpo tutta un serie di reazioni biochimiche che inducono sensazioni di euforia, attrazione, desiderio, passione e, poi, via via che la conoscenza dell'Altro si fa più profonda, tenerezza, calore, cura... Insomma una grande iniezione di sostanze psicotrope che stimolano il nostro cervello e ci spingono a volere determinate cose e a reagire in quel destinato modo che chiamiamo “amore”.
Ma, ahinoi, madre natura, ci informano queste ricercje, ci dà una spinta, non ci sorregge per sempre. Infatti, questa fantastica reazione pare destinata a durare ben poco: dai 35 ai 45 mesi (se ci pensate, un tempo base minimo per la cura di quel particolare cucciolo di uomo che per sopravvivere necessità, unico tra gli animali, di essere accudito per molto tempo), dopodiché il cervello, come un vero tossicodipendente, si assuefà e non reagisce più a quegli stimoli che un tempo lo facevano sballare. E’ a questo punto che, se non entrano in campo altri elementi, può iniziare la crisi.
Quali erano un tempo questi elementi che entravano in azione: be', uno su tutti: la subordinazione del femminile (economica, culturale, sociale, sessuale) che vincolava quest'ultimo ad una costrizione in cui era chiamato, volente o nolente, a fare famiglia; quindi tutta la sequela di vincolanti norme morali e dettami sociali che anteponevano le esigenze della società a quelle degli individui, in primo luogo gli individui ancora una volta di sesso femminile. Tali elementi garantivano una sostanziale continuità alla vita non solo della famiglia ma dello stesso amore coniugale, per quanto non sempre fossero in grado di garantire il benessere individuale.
Poi, sono sopraggiunte alcune delle più grandi e irrinunciabili (è bene sottolinearlo per non essere fraintesi) rivoluzioni del secolo scorso a mettere in discussione l'amore così come lo conoscevamo e come ci è stato tramandato: l'emancipazione del femminile, la libertà sessuale (anche segnata da più sofisticati sistemi di contraccezione), la legge sul divorzio e, in un certo senso, anche la legge sull'interruzione di gravidanza; insomma, una serie di grandi cambiamenti che hanno inciso profondamente su quelle libertà individuali la cui limitazione garantiva una certa coesione sociale.
L’errore, ovviamente, non è da imputare alla bontà di questi cambiamenti, tutti da ascrivere tra le grandi conquiste della civiltà umana (conquiste per cui, tra l'altro, ancora molto c'è da lavorare), semmai l'errore sta nell’aver creduto che questi cambiamenti non dovessero essere supportati da adeguati percorsi educativi in grado di sopperire, con un salto individuale di consapevolezza, laddove veniva meno la coercizione -errore per altro assai comune a tante fenomenologie che attualmente ci interrogano e ci soverchiano dal loro versante negativo.
Una delle caratteristiche di quello strano animale che, con un po’ di supponenza, si è autoproclamato sapiens, si concreta proprio nel fatto che spesso evolve senza predisporre opportuni rimedi capaci di rispondere con consapevolezza ai cambiamenti e alle innovazioni che sempre alterano la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo) e alterano la natura dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e infine alterano le nostra comunità (ossia il terreno di coltura in cui i pensieri trovano approdo e generano consuetudini).
Così, nell’era dell'amore liquido, come Bauman definisce le relazioni di coppia del nostro tempo, alcune straordinarie rivoluzioni come -appunto- la libertà sessuale, l'emancipazione femminile, il divorzio, sembrano non essere riuscite a produrre, almeno su larga scala, la loro reale carica innovativa e evolutiva, e sempre più spesso si palesano, invece, quali involuzioni che generano fenomeni di malessere sociale non solo incontrollato, ma, ancor prima e ancor peggio, insaputo.
Le conseguenze delle grandi rivoluzioni cui è stato sottoposto l'umano negli ultimi cento anni, rivoluzioni che non hanno paragone per intensità e propulsività, con nessuna delle epoche storiche che la civiltà umana ha attraversato, hanno indotto profondi mutamenti nel pensiero e nelle pratiche degli uomini contemporanei le cui prime e più gravose influenze si registrano, evidentemente, nei singoli individui e nelle loro relazioni primarie per poi riverberarsi nella società tutta.
Non abbiamo il tempo e lo spazio per approfondire, per quel che concerne l’amore, il vasto elenco delle conseguenze di questo fenomeno cui va necessariamente data una lettura sistemica; ne elenchiamo molto succintamente alcune partendo dal presupposto che non esiste un'idea univoca dell'amore di coppia e che questa si conforma ai dettami e agli usi dei luoghi e delle epoche configurandosi in veri e propri miti che, spesso, divengono li-miti.
Quali sono quindi i li-miti che sembrano emergere nella nostra contemporaneità? Se dovessimo riassumerli in un'unica categoria potremmo dire: la fatica di consegnarsi all’Altro: la fatica di lasciarsi alterare aprendosi a ciò che non siamo.
Quasi tutti i limiti dell'amore contemporaneo sembrano poggiare, infatti, su una sorta di resistenza all’intrusione altrui, una specie di barriera, di muro più o meno invalicabile posto di fronte alla possibilità che l’Altro mi sconfini, mi attraversi, disvelandomi.
Uno dei li-miti che maggiormente minano le coppie odierne è, ad esempio, quello dell’indipendenza o, meglio, di una indipendenza, male educata, che cioè ha smarrito quell’equilibrio instabile su cui si regge la sua costruttiva configurazione, quell’equilibrio che si giostra tra autonomia e dipendenza e prende il nome di “interdipendenza”, condizione in cui entrambe le parti in gioco si dimostrano capaci di vivere con benessere i momenti di separazione pur riconoscendo il bisogno dell’Altro e operando in funzione del ricongiungimento.
Fa più o meno coppia gregaria al mito dell’indipendenza quello di una libertà totalizzante che non sta nella natura dell'amore. E’ chiaro che la relazione d’amore non può essere il luogo di una soffocante prigionia in cui, rispetto alla condizione precedente, si riducono i limiti della mia possibilità d’azione; l’amore, quando è autentico, è invece e viceversa il luogo della libertà, ma non di una libertà solipsistica, bensì di nuova frontiera della libertà: quella che si manifesta nell’incontro con il territorio dell’Altro. Si tratta, insomma, di una libertà non sperimentabile individualmente, una libertà che si concreta nel passaggio dall’unità alla diade e che mostra tutti i suoi vantaggi e le sue nutritive conseguenze proprio quando si confronta con la libertà dell’Altro e trova con l’Altro i modi e i tempi per costruire una libertà terza, capace di non minare le spaiate libertà che ognuno può sperimentare singolarmente, ma consapevole, al contempo, che quelle singole libertà, nella relazione d’amore, non potranno più essere assolutizzate, pena l’impossibilità di trovare insieme quella libertà terza in cui la relazione di coppia cresce e si nutre.
Ultimo, ma non ultimo (e perdonate questo borderò veramente troppo riduttivo), il mito della felicità, ossia di un approccio alla vita a due che sembrerebbe faticare ad accettare la dimensione della fatica e del sacrificio che vivere con l'Altro comporta, pensando alla felicità non come processo e conquista, una felicità in potentia, insomma, ma come stato quotidiano senza il quale non rimane che la crisi.
Una ricerca di felicità eterna che non si fa fatica a rintracciare in quella promessa di godimento assoluto insito in ogni "tentata vendita" su cui si erge il motore del nostro sistema economico.
Cosa cercheranno, dunque, questi uomini e queste donne in quella relazione complessa che è l'amore di coppia dove la felicità è fatica e processo e progetto non solo potenziale (quindi non garantito) ma da confrontare e mediare con la felicità di un Altro che mi somiglia ma mai fino al punto da essere a me coincidente?
Forse per questo uno dei malesseri dell'amore contemporaneo che le coppie in crisi presentano, ad esempio nel setting della mediazione, si connota proprio nel fatto che dell'Altro di cui ci innamoriamo, sempre di meno siamo disposti ad accettare la sua evolutiva natura alterante, mentre invece ne invochiamo, consapevolmente o meno, una radicale funzione rassicurante che si traduce nell'impossibile richiesta che l'Altro sia come me, il che, se non succede: produce la crisi e, se succede, produce ugualmente la crisi, poiché il desiderio dell'Altro, il piacere dell'Altro, il senso dell'Altro, sta proprio nel fatto che l'Altro non mi è coincidente e in quanto tale lo desidero, mi manca.
Cercare nell'amore la conferma di quello che già di noi sappiamo, significa sbagliare bersaglio, poiché l'amore, quando è vero, mette a repentaglio la nostra identità, non la certifica, l'amore è fatto per perderci (come ben testimonia il momento clou dell'innamoramento) non per trovarci o, meglio, per perderci ogni volta che ci troviamo.
Pensare di trovare nell'amore quello che l'amore, soprattutto oggi, non può darci, sembra tuttavia essere il grande smarrimento dell'uomo contemporaneo. E, infatti, quando non accade, quando l'Altro che amiamo non è la rassicurante figura pronta a certificare la nostra identità per come la intendiamo, allora emerge la crisi, la paura, lo smarrimento, a volte la vera e propria angoscia.
Forse anche per questo, pure quest’anno, come ormai tradizione dal 2006, il maggior numero di omicidi in Italia si sono consumati tra le mura di quel rassicurante luogo che è la famiglia, superando persino gli omicidi della criminalità organizzata, tanto che, invece del invocato poliziotto di quartiere, vien quasi da pensare che serva il poliziotto da salotto.
È di dominio pubblico il dato agghiacciante che dall'inizio del 2012 sono già 92 le donne morte ammazzate da loro mariti, compagni, fidanzati, insomma persone che, per usare un eufemismo, le amavano -per capirci, di soldati italiani impegnati nella guerra in Afghanistan ne sono morti poco più di 50, ma dal 2004.
Meno all'attenzione della cronaca, ma altrettanto allarmante, è invece la statistica delle donne che utilizzano la denuncia di maltrattamento in famiglia come espediente per liberarsi dal marito e, soprattutto nelle cause di separazione, assicurarsi l'affidamento dei figli. Secondo un recente esposto al Senato solo 2 denunce su 10 si rivelano fondate.
Se è vero come suggeriscono le statistiche che, tra matrimoni e coppie di fatto, ci sono ogni anno sempre più coppie che si separano e sempre meno che si sposano. Se è vero che in dieci anni, dal 1995 al 2010, le separazioni sono aumentate di oltre il 68% e i divorzi sono raddoppiati, portando la media della durata dei matrimoni attorno ai 14/15 anni… Se è vero che i figli dei divorziati hanno un'elevata percentuale di possibilità in più di essere a loro volta potenziali divorzianti… Allora, sembra anche conseguente ipotizzare una possibile società, neanche troppo a venire, in cui avremo famiglie sempre più allargate (per così dire) costituite in secondo o terzo matrimonio, con figli al seguito che basculano tra una coppia e l'altra. Una società che, allo stato attuale delle cose, e in assenza di opportune attenzioni preventive e curative, vedrà, tutti contro tutti, contendersi il possesso di bene mobili e immobili, compresi quei beni che chiamiamo figli.
In una società dove amore e matrimonio coincidono ma, paradossalmente, finiscono per risultare maggiormente compromessi e non tenere il passo della stabilità, è necessario allora che nasca una forza che si ponga come argine al dilagare dei possibili effetti deleteri dei fenomeni che, seppur approssimativamente, abbiamo cercato di descrivere.
È necessario, cioè, fare cultura di altre forme di amore che risolvano la dicotomia tra i modi con cui abbiamo imparato ad amare e queste nuove forme d’amore tanto complesse che sembrano sfuggire alla nostra comprensione.
Personalmente, penso e pratico così la mediazione, tenendo al centro non tanto il classico obiettivo degli accordi di separazione, ma la possibilità di costruire, insieme alle parti, i presupposti di un “amore diverso", un amore che possa continuare, separati o insieme, a comprenderci e a farci comprende, provando a garantire il bene di entrambi e, soprattutto, di quei minori coinvolti che non hanno scelta e, se loro malgrado subiscono il divorzio, non devono e non possono subire la follia di due adulti che, utilizzando il loro passato (figli compresi), fanno di tutto per cercare reciprocamente di rovinarsi il futuro.
La mediazione, allora, in questo senso può emanciparsi dalla sua configurazione riduttivamente segnata dalla separazione, per aprirsi al suo carattere eminentemente preventivo che lavora nella crisi o addirittura la anticipa, ma non per ricongiungere o per sparare (tentativi entrambi che sembrano spostare la mediazione in una zona che non pertiene al mediare ma al giudicare), ma affinché ogni coppia, e i suoi singoli componenti, trovino il modo migliore per vivere la loro relazione amorosa, sia che questo avvenga all’interno della coppia o aiutandoli a scinderla per costruire soluzioni più adeguate ma sempre segnate da forme di amore costruttive e propositive e, tanto più presenti e manifeste, quanto più la storia della coppia sarà stata generativa di esperienze, e soprattutto di quella esperienza che è la nascita di un figlio.
Ma fare cultura di un nuovo modo di intendere e vivere l'amore significa non solo lavorare sulle emergenze delle coppie in crisi, ma anche lavorare affinché queste coppie giungano in mediazione prima che la crisi sia inevitabilmente volta alla sola possibilità della separazione o di una riparazione forzosa, e non per una qualche inibizione al divorzio di ispirazione religiosa, ma perché le diverse e molteplici questioni, che abbiamo cercato, seppur brevemente, di elencare, sempre più rivelano la crisi non tanto a partire dal classico: “Non ti amo più”, ma, per quanto non sempre consapevolmente, dall'insolito e post-moderno: “Io non so più come amare”.
Costruire una nuova cultura dell'amore coniugale, significa allora lavorare con le giovani coppie che si stanno formando, attraverso laici dispositivi di approccio alla vita a due e, più in generale, alla vita famigliare. E significa lavorare nelle scuole, e comunque con le nuove generazioni, ribaltando completamente quell'eufemismo dell'amore che è l'educazione all'affettività, per introdurre, in ognuno di questi percorsi, alcuni elementi fondamentali come, ad esempio, oltre alle già citate rivisitazioni del concetto di dipendenza, di libertà e di felicità…
Una sana educazione al conflitto, affinché non si manifesti la sua sola configurazione distruttiva o la sua negativa rimozione, ma lo si sappia fare convivere positivamente e costruttivamente come fondamentale e ineludibile elemento di crescita che, per altro, prescinde dalla coppia ma si apre alle relazioni tutte.
Una sana educazione alla sessualità, in grado di fare emergere la dimensione giocosa e feconda dell'atto sessuale, deprimendo al contempo ogni forma di possesso in cui l'Altro che dico di amare é ridotto da soggetto ad oggetto, nel senso di qualcosa di determinabile e indipendente dalla sua storia e della storia che accade attorno a lui e, quindi, non soggetto alla mutevolezza dei cambiamenti -e questo è lavoro che coinvolge non solo le nuove generazioni ma anche, e forse soprattutto, i genitori, i neo genitori dove la possessività fa il suo esordio e li va, non soppressa, poiché ha una sua funzionalità evolutiva, ma sicuramente regolata.
E, non per ultima, una sana educazione al desiderio, materia mai come oggi così difficile da trattare, in una società che spinge, in ogni dove e senza soluzione di continuità, alla reificazione dei desideri, tanto che, a forza di vedere i nostri desideri materializzarsi stiamo perdendo la capacità di desiderare, fors'anche di desiderare l'amore.
22 ottobre, 2012
La mediazione coniugale
Pubblichiamo l'intervento di Massimo Silvano Galli al World Mediation Forum tenutosi a Valencia lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012), in cui si teorizza il concetto di Mediazione Coniugale.
La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.
La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.
Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.
Sempre più spesso chi opera nei contesti di mediazione familiare, avverte la necessità di poter governare il processo di mediazione affrancato dalle rigide strutture di un’impostazione che vorrebbe il mediatore familiare vincolato ad accompagnare le parti solo negli articolati passaggi della separazione o del divorzio. La mediazione coniugale si apre, invece, alla possibilità della riconciliazione, aiutando i partner a ritrovarsi in una dimensione comunicativa più trasparente e coinvolgente, ristrutturando il conflitto in ottica costruttiva, riscoprendo il senso, la bellezza e l'importanza di una gestione consapevole, responsabile e progettuale dello stare insieme come, laddove vi sono dei figli, di una genitorialità completa e condivisa.
Tuttavia, la differenza tra mediazione familiare e mediazione coniugale non si connota riduttivamente nel fatto che una è chiamata a dividere e l’altra ad unire, ma che una può accontentarsi di un buon accordo e l’altra non può fare a meno di generare un cambiamento, una trasformazione. Il senso della ri-congiunzione cui questa mediazione aspira, non va quindi letto unicamente come una ripresa più adeguata della convivenza, ma come la capacità del mediatore di coniugare (appunto) le istanze profonde del singolo partner con le esigenze della coppia.
Per questo, il mediatore coniugale, oltre alle tecniche specifiche della mediazione atte a governare il conflitto e a riaprire la comunicazione, è anzitutto un esperto delle cose dell’amore, poiché la mediazione coniugale è fondamentalmente un processo pervaso dall'idea dell’amore, inteso (al di là di ogni melensa configurazione) quale esercizio a fare bene, a farsi del bene, a ricercare il proprio ben-essere, dove il mediatore coniugale veste i panni di un vera e propria guida capace di aiutare le parti a ri-conoscere il proprio reciproco ben-essere, imparando il modo migliore per costruirlo con l'Altro.
Questo essere esperto nelle “cose dell’amore” al di là di ogni specificità tecnica, rappresenta il vero iato tra la mediazione familiare e questa nuova impostazione -anche, e forse soprattutto, dal punto di vista della formazione che risulta spesso incomprensibilmente avulsa dalle conoscenze dell’amore e, soprattutto, dell’amore contemporaneo, impropriamente sostituito da riflessioni e teorie sulle fasi della vita della coppia e della famiglia che altra cosa sono e che per altro rispondono solo parzialmente e per lo più psicologicamente ai tanti perché che la tematica impone.
Il tempo e lo spazio non ci consentono qui di affrontare come meriterebbe questa riflessione sull'amore contemporaneo tanto importante per il mediatore coniugale. Accenniamo solo, a titolo esemplificativo, uno dei temi che tanto dovrebbero interrogare anche il mediatore familiare: ossia la rivisitazione critica della grande conquista del divorzio che, alla fioca luce dell’amore liquido, così Zygmunt Bauman ha definito le relazioni di coppia del nostro tempo, sembra essersi trasformata fin troppo velocemente in una sconfitta a cui si ricorre più per aver smarrito le coordinate dell’amore che per aver smarrito le coordinate dell’amato.
Sembra proprio che, in assenza di adeguati percorsi educativi capaci di accompagnare bambini e ragazzi a comprendere le contemporanee configurazioni dell’amore, la relazione di coppia, conquistata la possibilità di sciogliersi dai suoi vincoli sociali, invece di nutrirsi di nuove opportunità capaci di consolidare lo spazio del “noi”, si è aggrappata alle ondivaghe esigenze dell'io, preda delle stesse mareggiate di precaria identità connotata da una fragilità tanto estrema che, come mai prima d’ora, le separazioni hanno di fatto superato le unioni.
Lo spazio della mediazione coniugale si presta allora a divenire il luogo della cura dell’amore, in un tempo in cui le relazioni amorose sembrano non tenere il passo della stabilità. Un aiuto che non necessariamente deve passare da percorsi terapeutici, come troppo spesso il luogo comune vorrebbe, ma che può trovare soluzione e conforto proprio in esplorazioni meno invasive come la mediazione, con la sua capacità, in primo luogo, di guardare al futuro senza necessariamente risolvere tutti i problemi del passato: regolando i modelli comunicativi tra i partner e riconfigurando costruttivamente e positivamente la loro capacità di gestire e promuovere un sano conflitto evolutivo.
Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una posizione ideologica, votata all’idea della coppia come soggetto indissolubile, né mossa da qualsivoglia criticità verso l’istituto del divorzio; bensì di uno strumento che, nella complessità della gestione degli amori contemporanei, si offre laicamente alla coppia in crisi, come pure alla coppia che desidera darsi la possibilità di prevenire la crisi.
Il mediatore coniugale non fornisce dunque ricette solutive, ma si propone alla coppia in crisi, come alla coppia che la crisi la vuole prevenire, quale possibile aiuto affinché i partner imparino a individuare e genere i ri-medi più efficaci non solo per sopperire alla crisi ma, soprattutto, per generare il loro benessere, fosse anche la scoperta che quel benessere deve necessariamente passare da una separazione.
Ciò significa che questi ri-medi non hanno e non vogliono avere nessuna pretesa diagnostica o prognostica né, tantomeno, prescrittiva. La mediazione coniugale che sostiene questo intervento si distanzia, infatti, dalle pratiche della scienza positivista proprio perché non tratta le persone come oggetti di indagine, ma come soggetti che differiscono dagli oggetti per la loro irriducibile univocità, per la loro capacità di saper riflettere su di sé, per la loro abilità nel collaborare alla diagnosi dei “problemi” che li attanagliano e nel produrre quella conoscenza necessaria a risolverli.
Si tratta di un approccio fortemente situazionista, i cui interventi e le cui strategie non si fondano sulla ripetizione delle relazioni osservate in precedenza, ma sul contesto e sui soggetti che, per loro natura, differiscono ogni volta.
Scopo dell’intervento è risolvere un disagio che gli stessi soggetti partecipanti hanno contribuito a definire, essendo loro i soli detentori delle principali risorse che porteranno o meno a qualche soluzione. Un paradigma da cui, evidentemente, è assente qualsiasi etichettatura tesa a evidenziare disturbi o patologie e persino tassonomie che svierebbero il mandato del mediatore coniugale; insomma un modello che non è interpretativo ma dis-piegativo di quella materialità esistenziale che contestualizza e dà senso all’oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogandosi sulla capacità/possibilità delle parti di dar vita al cambiamento, partendo dal riconoscimento delle potenzialità, latenti o manifeste, attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi o, in ottica preventiva, le possibili condizioni che scatenano la crisi.
L’azione di mediazione è qui dunque intesa, anzitutto come capacità del mediatore di sagomarsi alla realtà data, aiutando le parti a comprendere la realtà della crisi, facendo perno sulle loro risorse per superarla positivamente.
Sono parte caratterizzante di questo approccio alcuni presupposti che favoriscono l’efficacia dell’intervento come, l’abbiamo già accennate ma è bene ribadirle:
- approcciarsi alle parti in un’ottica maieutica affinché le soluzioni proposte e validate siano il frutto di una scoperta e di una consapevolezza maturata autonomamente nel confronto, e non l’esercizio di consigli e buone pratiche tratte da qualche “ricettario del mediatore”;
- accompagnare le parti a prendere consapevolezza del processo attraverso il quale ognuna di esse percepisce, assimila, investe e svuota di senso le proprie condizioni esistenziali dando il proprio contributo alla costruzione di un personalissimo modello di interpretazione e di azione sul mondo;
- lavorare alla conquista di una nuova autonomia dei soggetti coinvolti, affinché riconquistino fiducia in se stessi, modifichino positivamente gli eventuali atteggiamenti aggressivi o sottomissivi e si dispongano nella migliore condizione per scoprire nuove opportunità di determinarsi;
- e, infine, ma non per ultimo, procedere lungo questi sentieri avvalendosi delle opportunità di conoscenza, di progettualità e di azione provenienti da tutte le forme e le espressioni della cultura umana, pensando alla mediazione coniugale come ad un contenitore dinamico dove i saperi tutti possono essere canalizzati per cogliere uno stesso oggetto da più punti di vista, svelando la moltitudine di verità che lo determinano e le possibilità tras-formative che cela, abbracciando e riconoscendo così la complessità di ogni storia d’amore e degli sguardi multidisciplinari necessari a comprenderla.
Tale borderò, lungi dal voler promuovere qualsiasi lettura meccanicistica della mediazione coniugale, vuole ribadire invece la necessaria complessità di questo approccio, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare.
Ed è a partire da questa confusione (che sempre emerge sulla scena della mediazione familiare) che si fa largo, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che accompagni la mediazione coniugale non solo nell'affrontare la "crisi d'amore" ma anche, è importante ridirlo: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.
Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, dunque, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.
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