24 gennaio, 2016

Infamily Day

Lo diceva anche Don Vito Corleone, il sanguinario Padrino dell’omonimo romanzo di Mario Puzo: “La famiglia, non si tocca!”.

La famiglia… agenzia sociale; la famiglia… luogo fondamentale della crescita, del benessere, dell’educazione alle regole socialmente condivise e della formazione alla capacità di determinare la propria vita e il mondo, ma anche la famiglia… spazio della repressione, del disagio, della violenza, del predominio del forte (fisicamente, economicamente, psicologicamente…) sul debole. La famiglia… che quando non adempie al suo mandato di liberare e rendere autonomi i suoi affiliati (e -ahìnoi- accade troppo spesso), contribuisce tanto potentemente all'affollamento delle carceri, degli istituti psichiatrici, degli studi dei professionisti dell’aiuto alla persona o, bene che vada, direbbe David Cooper con quel tot di sprezzante ironia, ci fa diventare dei “cittadini normali”, assoggettati e proni al potere dominante.


La famiglia… semprefelice della pubblicità, ma anche la famiglia maledettamente in crisi: minata da separazioni, abusi, omicidi, repressioni che, un tempo negati, tollerati, giustificati, segretati, vengono oggi sempre più in superficie mostrando il lato oscuro di una luna che, scopriamo, ancora da esplorare.

La famiglia… obesa (socialmente, e sempre più spesso:  fisicamente) del “non ci facciamo mancare niente”, ma anche la famiglia degli infanticidi, degli uxoricidi, degli stupri, dei genitori assenti, anaffettivi, indifferenti, degli anziani abbandonati…

La famiglia, questa famiglia, non si tocca!

…Lo ripetono credenti, associazioni e movimenti cattolici; li fomenta parte della società civile dei vertici religiosi presi dal folle terrore che altre composizioni di individui riunibili sotto lo stesso tetto possano presentarsi come concrete alternative: famiglie omosessuali, bisessuali, conviventi, comuni… e tutte le tipologie di progetti di esistenza condivisa che può ancora partorire la fantasia umana…

Anche queste famiglie, non si possono toccare ma, in un altro senso. Come i Dalit, i fuoricasta indù, queste famiglie sono intoccabili perché precostitutivamente inammissibili e, quindi, rifiutate, discriminate… anzì, meglio ancora, non è nemmeno lecito chiamarle famiglie.

La famiglia, l’unica che, secondo i dettami della Chiesa, Dio tutela e definisce tale, è la famiglia del padre, della madre (purché sposati) e il bambinetto -per quanto nella stessa famiglia di Dio, in questo senso, di confusione ce n’è che avanza.

Questa famiglia, minimo triadica (che solo in virtù di qualche patologia può restare diadica) e consacrata nel matrimonio (preferibilmente con rito cattolico, ma a ‘sto punto va bene anche civile), è talmente famiglia da meritarsi l’appellativo di "naturale" -come, d’altra parte esige la retorica del marketing nel grande supermercato della contemporaneità; tant'è che anche la frutta naturale o biologica è, in qualche modo, più frutta della frutta.

La famiglia almeno triadica, riunita nel matrimonio e finché morte non la separi, è, dunque, una famiglia naturale, come un albero, un fiume, una roccia… è stata creata da Dio ed esiste da sempre, preesiste persino al cristianesimo, persino alla stessa idea di famiglia… più naturale di così!

Eppure non c’è nulla di meno naturale della famiglia.

Naturale è il maschio o la femmina animale che si aggirano per fecondare o farsi fecondare, affinché la loro genia sia il più nutrita possibile e capace di reggere al tempo e nel tempo; naturale è l’istinto di prolungare la propria stirpe contribuendo così a procrastinare la fine della propria specie -persino con l’incesto, come bene sa chi ha vissuto a stretto contatto col mondo animale e ha visto il maschio adulto giacere con la figlia o la femmina col figlio, contribuendo al concepimento di nuove generazioni. Ma nell'umano, no! Nell'umano, per quanto sopravviva l’istinto di procreazione e sopravvivenza, non c’è nulla di naturale. Tant'è che in tutte le culture la proibizione all'incesto è norma severa -per quanto la Bibbia narri di Lot che, rifugiatosi ad abitare con le figlie in una spelonca sulla montagna, fu da queste sedotto per soddisfare il loro istinto materno e dal loro ventre nacquero i capostipiti dei popoli Moabiti e Ammoniti.

Ma proprio il caso limite di Lot e le sue figlie si presta a confermare la regola che -appunto- solo alle strette della necessità estrema può essere infranta. La norma è, infatti, la proibizione all'incesto. Ed è norma prettamente umana, affermazione strettamente e univocamente culturale che trova nella capacità di prodursi quale simbolo quella dimensione oppositiva alla natura sulla cui base nasce la famiglia e l’uomo si distingue dall'animale; anzi, si distanzia talmente dall'animale da dimenticarsi, in fondo, di esserlo.

D’altronde il superamento della fase edipica, che permette l’accesso alla socialità umana, sta tutto nell’affermazione di un ordine simbolico in grado di minare e travalicare il rapporto duale alienante sviluppato con il genitore del sesso opposto. È il simbolo che subentra quale quarto incomodo determinante alla costruzione della famiglia e si configura come elemento indispensabile per far sì che il soggetto si riconosca e riconosca l’Altro. Per il bambino, desideroso di sedurre la madre, superare l’Edipo (giusto per restare in una categoria ormai d'uso comune benché non del tutto centrata) significa accettare la realtà con le sue regole, i suoi tabù, le sue proibizioni; significa accettare la Legge del Padre (il Super-Io) e rimandare il suo desiderio in un tempo e un corpo a venire. È solo attraverso il simbolo che l’«Io» si riconosce, riconosce il «Tu» e si fa «Noi», ossia la famiglia e, per estensione, la comunità, il paese, la nazione, l’Altro.

Ora, poiché la condizione di ogni essere vivente è quella di essere, anzitutto e prima di tutto, un figlio, ossia figliato da qualcuno, è chiaro che questo qualcuno è per noi costituivo, ma questo non significa che sia sufficiente affinché figlio e figlianti si concepiscano come famiglia.

Naturale è il fatto di essere figli poiché, senza essere figli, non si può essere; in secondo luogo, è altrettanto naturale che per essere figli è necessario essere figliati; ma per riconoscersi come figli e farsi riconoscere come figlianti, per passare cioè allo stato di famiglia, è indispensabile che la cultura subentri alla natura… Ma come e in quale forme avvenga questo avvicendamento, non è riducibile a nessun modello universale.

Ogni tipologia di famiglia che la civiltà umana ha sinora sperimentato è, invece, il frutto di una scelta culturale ascrivibile ad una concezione del mondo direttamente discendente dai vari e pur circoscritti modi in cui il pensiero umano ha potuto e può posarsi su quanto gli è dato di osservare: il corpo maschile e il corpo femminile, con le loro funzioni, le loro similitudini e le loro differenze, e l’ambiente in cui questi interagiscono sospinti dall'istinto di sopravvivenza loro e della loro stirpe.

Tra i Samo del Burkina Faso, ad esempio, la donna viene data in matrimonio fin dalla sua nascita ad un uomo appartenente a un gruppo consono al suo; giunta all’età puberale e prima di convolare dal marito la donna, insieme alla madre, sceglie un amante all’interno di un gruppo diverso da quello del marito promesso e con questi trascorre un periodo di almeno tre anni, o fino a quando non rimane incinta, allorché si trasferisce dal marito legittimo che diviene il solo e vero padre del nascituro… Nelle unioni di tipo poliandrico in uso in Tibet, la donna sposata ad un fratello maggiore sposa anche, a intervalli di un anno, tutti gli altri fratelli, anche se non vi è mai più di un marito in casa… Tra i Kaingang del Brasile è invece in uso la poliginandria, dove un maschio si accoppia con più femmine e le femmine si accoppiano con più maschi in una sorta di matrimonio di gruppo… Insomma, le costruzioni sociali possibili che, nel corso della umana civiltà, hanno dato e danno corpo ai modelli famigliari sono davvero molteplici e, come bene spiega l’antropologa Françoise Hèrtier, “[…] se una qualsiasi di queste istituzioni fosse biologicamente fondata, dunque naturale e necessaria, si presenterebbe universalmente nella stessa forma. Ma non è così, per nessuna di esse […]”.

Le forme sono variabili e culturalmente costituite nei luoghi e nei tempi. L’idea che esista una famiglia naturale che, abusando di questo aggettivo, si impone alle altre quale più adeguata, giusta, funzionale e, soprattutto, detentrice di diritti, è un’idea aberrante e assolutamente antidemocratica; frutto, evidentemente, dello spirito fondamentalista che, nonostante tutti i proclami di civiltà, feconda l’anima dell’occidente.

Dovremmo concentraci ma per davvero sulla famiglia, anzi: sulle famiglie (in qualsivoglia modo siano composte) che, dall'osservatorio di chi se ne occupa, giorno dopo giorno, più che di essere definite, classificate, hanno tanto bisogno di essere aiutate.

18 maggio, 2015

La Cura: Riequilibrare le Emozioni

Un innovativo protocollo per rimettere in fisiologia le condizioni di stress, ansia, depressione, traumi, fobie, intervenendo su differenti livelli regolatori del benessere quali: pensiero, corpo, percezione, sensazioni, movimenti, neurologia, alimentazione, relazione e comunicazione, favorendo una risposta solutiva.

Le nostre emozioni sono ciò che ci tiene in vita. Ciò che ci fa sentire vivi.

Tanto che, in alcune patologie, come la Sindrome di Cotard, in cui vi è un'interruzione delle fibre nervose che connettono il centro delle emozioni alle aree sensoriali, il soggetto, non provando più alcuna emozione, si convince di essere morto.

Invece, quando amiamo, quando siamo felici, persino quando siamo tristi o arrabbiati, le nostre emozioni sono una forza vitale, se sappiamo contenerne l'azione negativa e non lasciamo che ci affondino.

La vita, però, a volte, ci getta in qualche buca da cui facciamo fatica a risalire. Ed è lì che le nostre emozioni, da alleate del benessere, possono diventare le nostre peggiori nemiche.

Così, se stai vivendo un momento difficile, nella vita o nel lavoro. Se senti che le tue emozioni ti stanno, in qualche modo, impedendo il cammino. Se è troppo tempo che sei triste, depresso, o ti senti cadere letteralmente a pezzi. Insomma, se tutto questo ti suona vagamente familiare, probabilmente una ragione c'è, ed è forse arrivato il momento di occuparsene e voltare pagina prima che le cose volgano al peggio.

Da diverso tempo, nel nostro intervento clinico, abbiamo osservato quanto le situazioni di disequilibrio emotivo siano alla base di moltissime situazioni di disagio, mentre la loro disfunzionalità aumenta le condizioni limitanti nelle patologie conclamate -per fare un esempio su tutti: le impennate ansiogene, quando non depressive, che accompagnano i soggetti con disturbi dell'apprendimento.

Spesso, tuttavia, siamo portati a sottovalutare l’importanza delle emozioni, non solo nelle cause di evidente disagio psichico, ma anche nelle diverse situazioni di difficoltà che ci attanagliano che, ovviamente, se non sono scatenate dalle emozioni, finiscono per turbarle.

Altre volte, invece, mentre avvertiamo che la causa del nostro malessere è stata provocata da una destabilizzazione emotiva, pretendiamo di prendercene cura, attraverso un percorso meramente cognitivo e razionale. E’ come se, piantando un albero di mele, pretendessimo che crescessero delle pere.

E’, invece, necessario, anzitutto intervenire proprio sulle emozioni compromesse, eliminando le cause di disagio, affinché il benessere soppianti il malessere, per poi, ripristinate le condizioni di normalità, osservare le cause del disagio affinché non si ripresentino.

Per questo, da oggi è attivo nel nostro centro un innovativo protocollo per intervenire sui problemi di ansia, stress, depressione, traumi, fobie, irritabilità, malumore, sofferenza psichica, ma anche eccessi di: rabbia, aggressività, gelosia, mald’amore, tristezza, e tutte quelle emozioni che in eccesso provocano sofferenza.

Si tratta di un processo di intervento molto efficace, capace di rimettere in fisiologia il sistema emotivo, garantendo un ritorno al benessere del soggetto in disagio..

Attraverso mirate tecniche e strategie, il terapeuta interviene, in modo non invasivo, su differenti livelli regolatori del benessere quali: pensiero, corpo, percezione, sensazioni, movimenti, neurologia, alimentazione, relazione e comunicazione, favorendo una risposta solutiva, a volte anche molto rapida.

Il protocollo, si è dimostrato applicabile con successo sia con i bambini, che con gli adulti; sia in situazioni più estreme (come i traumi), che per condizioni meno allarmanti (come gli stress della vita quotidiana); sia sui soggetti più passivi, che su quelli più motivati; sia per quelli maggiormente votati alla mentalizzazione, che per quelli più orientati alla visualizzazione.

Insomma, la ricerca clinica sul campo ha mostrato una larghissima applicabilità del protocollo che da oggi utilizzeremo nel nostro centro con i soggetti in cura come con quelli che ne vorranno fruire.

Attraverso le tecniche più efficaci derivate dagli studi delle Neuroscienze e della Neurologia Funzionale, della Psicosomatica, della Neurobiologia Interpersonale, delle Scienze della Nutrizione, dell’Etologia Comparata e delle Scienze Evoluzionistiche, siamo dunque in grado di garantire una sequenza ottimizzata di operazioni che ci permettono di agire sia sulla gestione del malessere che sulla prevenzione di ogni suo possibile innesco.


02 maggio, 2015

Attenti al Lupo!

RICONOSCERE I PERICOLI  NASCOSTI DELL'INFANZIA E DELL'ADOLESCENZA

Pubblichiamo il video dell'intervento del pedagogista e family trainerMassimo Silvano Galli durante la serata del 24 Aprile 2015 organizzata dal Centro Culturale Amaltea presso il Palazzo Isimbardi del Comune di Muggiò, in cui, a partire dall'evocativo titolo, si è discusso attorno al ruolo dei genitori nella società contemporanea, cercando, per sommi capi, di riassumere una complessità che la famiglia non può più esentarsi dal comprendere, pena il rischio di incappare in grossolani errori, più o meno pericolosi, per il benessere del minore.

In questa serata, Massimo Silvano Galli, ha condiviso con i numerosi astanti, una serie di attenzioni e riflessioni attraverso una sorta di indice ragionato che, in circa due ore di intervento (nel video alcuni brevi spunti), ha attraversato i molteplici fenomeni che attanagliano la famiglia contemporanea e, quindi, il processo di crescita dei suoi cuccioli come, per citarne alcuni:

- la preoccupante spinta iperprotettiva cui sembrano tese la maggior parte delle famiglie nei confronti dei loro piccoli, tanto dispensati e preservati a tutto da non essere più preparati ad affrontare quasi nulla;

- la sempre più difficile gestione di una sana gerarchia famigliare con confusione dei ruoli e perdita della capacita di normare: elementi che emergono con evidenza nella sempre più difficile gestione del desco famigliare e del talamo nuziale, luoghi ormai conquistati dal dilagante dispotismo dei figli;

- la scuola e il drammatico passaggio che sta vivendo da agenzia educativa a sterile agenzia della performance, complice anche la famiglia che, entrata (nel 1974) con grandi speranze nel mondo dell'istruzione, è riuscita con le sue pretese di protagonismo, a ridurre ogni opportunità di dialogo e collaborazione in una vera e propria tragedia che è oggi all'origine di quel conflitto tra scuola-famiglia giocato sulla pelle delle nuove generazioni in una reciproca rincorsa al j'accuse e alla conseguente deresponsabilizzazione;

- i media digitali (televisione, internet, etc.) che hanno occupato così potentemente e prepotentemente la mostra vita da annebbiare la loro natura profonda e il cambio di paradigma che evocano e esplicitano: il fatto che fino a ieri per conoscere il mondo era necessario uscire di casa, mentre oggi per conoscere il mondo è necessario entrare in casa e accendere internet;

- le merci e il loro consumo acritico che rimanda, più drammaticamente, a una sorta di distorsione del fondamentale e vitale rapporto col desiderio; - il complesso rapporto con il cibo che a volte diviene disfunzionale quando non patologico a fronte di malsani modelli educativi: mangiare davanti al Tv, mangiare in fretta, mangiare cibi insani, etc.

- lo sport e gli altri hobby che, ormai in troppi casi, hanno trasformato quelli che dovrebbero essere dei sani passatempo, in un vero e proprio lavoro infantile che, oltre a creare inadeguate aspettative, non lascia più spazio a fondamentali ingredienti come il vuoto e la noia;
e tanti, tanti altri suggestivi spunti cui rimandiamo per prossimi eventuali incontri dove speriamo di incontravi ancora numerosi.

13 febbraio, 2015

La bigenitorialità non esiste

Sul finire dello scorso hanno è uscito per Gilardi editore un bel libro di Michela Foti e Camilla Targher: “Comunicare la separazione ai figli - Dall'Affidamento Condiviso alla Bi-genitorialità passando per la Mediazione Familiare” per cui ho avuto  il piacere di scrivere la prefazione che, a guisa di promozione, pubblico qui di seguito.

* * *

"La bigenitorialità non esiste.".

Qualche mese fa, invitato ad un convegno sul tema, così mi venne da esordire, contribuendo alla rianimazione dei tanti astanti, ormai un po' assonnati, in quel pomeriggio di inizio primavera.

Al di là della boutade, che non può mancare in ogni sana dissertazione, per di più dopo la pausa pranzo, la questione è più che seria e merita, nel pur breve spazio di questa prefazione, il suo approfondimento; soprattutto se il preambolo del caso anticipa un’intensa e meticolosa analisi (il libro di Foti e Targher) su un oggetto che, apparentemente (ma solo apparentemente), la bigenitorialità sembrerebbe metterla in discussione: il divorzio -ancor più in quello specifico che pertiene alla relazione coi figli.

L'intervento clinico, oramai più che decennale, con famiglie in situazione di disagio (da crisi coniugale e separazione, compresi), mi obbliga ogni giorno a riflettere (e intervenire) attorno al radicale cambiamento che negli ultimi anni ha trasformato i rapporti interpersonali, stravolgendo, a cascata, ogni configurazione relazionale che fino a ieri supportava (e, certo, spesso, sopportava) una certa stabilità.

Le ragioni di questa trasformazione sono complesse e non può essere questo il luogo per disciplinarle. Ci basti sapere che, se fino al 1989 (anno della Convenzione sui Diritti del Bambino di New York) il concetto di bigenitorialità riferiva, ai non addetti, per lo più la sua declinazione di stampo biologico; a partire da quella data si è trasferito e diffuso nel campo del diritto: del bambino, a proteggere la necessità di un rapporto continuativo con entrambi i genitori; e dei genitori, a tutelare la possibilità di esercitare il ruolo di padre e di madre.

Il passaggio dalla “scontata naturalità” di una condizione (la facoltà di fare, in egual misura, il padre e la madre e l'esserne, in egual misura, figlio), alla necessità di disciplinare e tutelare giuridicamente tale “naturalità”, racconta da sé il cambiamento. Ma, se tale ridefinizione prendeva allora le mosse dal sempre più diffuso ricorso all'istituto del divorzio e all'urgenza di dare -appunto- il giusto peso a quei diritti delle parti in gioco che le separazioni mettevano (e mettono), nei fatti, frequentemente in discussione; oggi, per una di quelle obversioni tipiche del post-moderno, la situazione sembra completamente capovolta.

Dieci anni prima della Convenzione di New York, un film: “Kramer contro Kramer”, riscuoteva un successo mondiale (anche grazie ad alcuni facili sentimentalismi), ed apriva diffusamente il sipario su una mutazione in cui il femminile si affermava sempre più concretamente, determinando un riposizionamento del ruolo maschile.

Erano i segnali, estesamente manifesti, di una ridefinizione radicale dei ruoli che certo partiva da più lontano, ma che, proprio in quegli anni, si concretava in una serie di nuove e palpabili esigenze, con conseguenti assestamenti delle pratiche famigliari: marcata conquista, per le donne, di un’indipendenza economica che restringeva il tempo del “fare la mamma” e conseguente riqualificazione delle pratiche maschili, insieme alla spinta ad un rapporto più autentico con i figli, dismettendo gli aspetti più repressivi che ne avevano caratterizzato lo stereotipo, a favore di una gamma di sentimenti più articolata.

E’ da qui che, a mio avviso, il concetto di bigenitorialità comincia ad assumere quel senso extrabiologico che si formalizza nella Convenzione sui Diritti del Bambino, ma in questa non si arresta, e prosegue, di pari passo con le altre metamorfosi sociali, insidiando la famiglia ben al di là dell’evento separativo.

Infatti, il riconoscimento di una bigenitorialità ormai radicata nei riferimenti culturali delle famiglie e la sua conseguente tutela giuridica, non significano -purtroppo- la reale esistenza di quotidiane pratiche educative che la esemplifichino.

Ciò che in larga misura sembra essere successo, a fronte del venire meno della famiglia tradizionale, è, di fatto, la scomparsa della bigenitorialità o, meglio: mentre questa veniva acquisita come principio teorico generale, perdeva di pari passo consistenza fino a determinare, oggi, quella che i sociologi chiamano “la società senza padri”, bizzarra immagine di bigenitorialità.

Il contesto in cui si esplica il rapporto tra genitori e figli sembra, dunque, essere al centro di un processo che si polarizza su due posizioni contraddittorie, spesso autoescludentisi e, comunque, confusive: da una parte il richiamo alla bigenitorilità; dall'altra, la progressiva riduzione e svalutazione delle “naturali” e millenarie pratiche educative bigenitorialmente distinte (per quanto a volte nefaste), sintesi che sembra aver finito per salvare (almeno per ora) un solo modus operandi: quello della madre.

Per bene che vada, dunque, per le molte e legittime ragioni del nostro attuale vivere sociale, questa bigenitorialità, ha per lo più le sembianze del materno: sia quando il padre di fatto non c’è (per indolenza o incompetenza -e, sovente, entrambe insieme), sia quando veste i panni della madre .

Non è certo un caso se i più frequenti e consistenti problemi dei figli sono oggi generati da quella ossessione iperprotettiva che pare albergare nella gran parte delle famiglie e trova la sua sponda educativa nell’archetipo della mamma accogliente evirata dall’argine del padre normante. Liberandoci dell’autoritarismo, abbiamo buttato, è il caso di dirlo, il bambino insieme all’acqua sporca e, senza un argine, il fiume tende a esondare.

La centralità del ruolo materno, così come accennata, non richiama, per altro, soltanto ad una rilettura di un modello maschile che non ha ancora saputo mettersi veramente in discussione superando gli stereotipi del passato (per crearne di nuovi ed efficaci) e, nel dubbio, preferisce o sparire o sagomarsi a un ruolo non suo; ma anche all’esigenza di una ricalibrazione del modello materno che, per necessità o legittimo riscatto, finisce per impossessarsi d’ogni spazio di intervento.

In questo contesto così articolato, la bigenitorialità si attesta, al di là di qualsivoglia naturalità o diritto, come una conquista culturale che, paradossalmente, fatica ad attuarsi soprattutto nelle famiglie unite, dove cioè la “normale” configurazione post-moderna dei ruoli non obbliga ad una riflessione in questo senso.

Culturalmente abiurato, e per fortuna, il vetusto padre-padrone, il maschile sembra faticare a ricavarsi un ruolo autentico e personale che non sia sagomabile al femminile o non si esautori nel semplice cambiare un pannolino, andare al parco coi figli, cucinare o lavare i piatti; bensì capace di immaginarsi quale artefice di un cambiamento generativo in un mondo estremamente differente da quello che, i maschi stessi, hanno disegnato per millenni.

Svuotato nelle sue dinamiche tradizionali, alla ricerca di nuove e possibili identità, il ruolo genitoriale, quando non è assunto quasi esclusivamente dal femminile per virtuale parricidio o abdicazione , al femminile finisce per riferirsi per linguaggi, comportamenti, visioni. Sia in un caso che nell’altro, potremmo dunque parlare di: “monogenitorialità”.

Ed ecco allora l’obversione.

E’, infatti, proprio laddove la crisi famigliare irrompe che papà e mamma frequentemente trovano (possono trovare, se ben accompagnati) l’occasione per mettere in discussione costruttiva e propositiva la loro genitorialità, conquistando un apogeo che la normale routine della vita familiare rischia di negare. Il che non vuol essere uno sprono al divorzio, né significa che le famiglie separate siano “migliori”; dovrebbe invece farci riflettere rispetto alla mancanza di un’educazione alla genitorialità che oggi pare diventare sempre più indispensabile e che solo nell’inciampo della crisi coniugale, può trovare l’occasione di riscoprirsi.

Da qui l’importanza della mediazione e di questo libro che bene la illustra, proprio addentrandosi nel fondamentale campo della relazione coi figli e del come affrontare, con loro, il discorso della separazione; non solo nel minuto spazio della tragica rivelazione, ma tanto più in quel tempo potenzialmente esiziale che è il prosieguo della vita da separati trasformandolo -appunto- nell'opportunità di costruire o ritrovare una genitorialità perduta o mai rivelata, nell'attesa che tale necessità irrompa anche nelle famiglie unite.

12 gennaio, 2015

A.A.A. Project: "Autonomia"

La centralità dell'eudaimonia, che nel nostro ultimo post abbiamo descritto come quello strano insieme di autonomia, felicità e orientamento al benessere attraverso il riconoscimento di ciò che determina il nostro malessere, si configura nel metodo LogoPaideia in una vera e propria filosofia di intervento che abbiamo chiamato "A.A.A. Project" e che si riferisce a tre grandi aree di operatività terapeutica: Autonomia, Amore, Alienazione.

Si tratta di tre principi cardine che vorremmo esplicitare a partire da questo scritto, poiché sul loro sano equilibrio si fonda, a nostro avviso, quel benessere che a volte è messo a repentaglio proprio perché uno o più di questi elementi viene meno o riduce drasticamente la sua fornitura di vitale energia nel serbatoio delle nostre esistenze.

Per quel che concerne l'Autonomia (oltre alle riflessioni già spese, appunto nel post "Sviluppa il tuo demone"), nonostante l'uomo, tra tutti i viventi, sia colui che più abbisogna, si riconosce e si esprime nella socialità, ossia nell'incontro con l'Altro; tale istinto costitutivo si fonda (come spesso accade alle cose dell'umano) sul paradosso di aver sì bisogno degli altri, dell'Altro, ma di essere tanto "più felice" quanto meno siamo costretti a fare ricorso a questi altri, a questo Altro.

In altre parole, il bisogno dell'Altro senza la necessità dell'Altro, fa sì che questo Altro, affinché risulti benefico, debba essere scelto da noi e non subito, il che significa, per quel che concerne il nostro discorrere, che qualsiasi terapia degna di questo nome, deve operare anzitutto sullo sviluppo delle autonomie.

Crescere, e crescere bene, sembra dunque risolversi in questa formula: procedere nella nostra evoluzione in modo da aver sempre meno bisogno dell'Altro, affinché il bisogno profondo dell'Altro che ci connatura possa essere esperito come puro e sottile piacere del confronto, della crescita, del progetto, dello scambio, della costruzione, e non quale ricorso e soccorso indispensabile a una qualsiasi tipologia di salvezza.

Certo, nessuno al mondo può dirsi totalmente immune della necessaria presenza salvifica dell'Altro  ma forse crescere significa proprio trasformare quell'Altro che dal concepimento alla nascita (e per un lungo tratto della vita) ci è insostituibile, in quell'Altro che diviene il nostro compagno di viaggio, non la nostra imprescindibile stampella.

Ciò detto, ci sembra di tutta evidenza come, proprio nella pratica terapeutica, tutte le forme di disagio, grandi o piccole che siano, mostrino in qualche misura un depauperamento di questa autonomia, cioè un incremento della necessaria presenza dell'Altro e che, quindi, proprio in direzione di un rinforzo di questa autonomia e di una sottrazione dell'Altro si debba anzitutto lavorare.

A prescindere dalla condizione di difficoltà che ognuno vive e dalla eventuale presenza di una diagnosi che la conclama trasformandola nello stridente nomignolo di qualche sindrome o patologia, non esiste essere umano che non abbia bisogno di un suo consimile per realizzare se stesso o per realizzare qualsivoglia altra cosa (sarà questo il tema del secondo capitolo del nostro A.A.A.Project, quello relativo all'Amore). Tuttavia, il grado di benessere di ognuno di noi, si misura nella capacità di poter fare il più possibile a meno di questo Altro in termini di soccorso o pronto soccorso, pur non rinunciando a realizzare se stessi o a realizzare qualsivoglia altra cosa, compresa quella cosa che chiamiamo "relazione".

Nessuno sfugge a questa condizione e chiunque si trovi in questa difficoltà, dal disabile al più performante degli uomini, deve essere aiutato anzitutto a conquistare il più ampio spazio di autonomia che gli è possibile. Questa sarà la misura della sua felicità. Questa la misura della nostra terapia.

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