07 marzo, 2012

Di che amore parliamo


Di che amore parliamo quando invochiamo il discorso sull'amore nel processo di mediazione familiare?

Abbiamo così abusato di questo vocabolo per farne stupide canzonette, slogan pubblicitari, inguardabili programmi tivvù, che mi viene di riflesso la spinta alla giustificazione, quasi ci si dovesse imbarazzare.

Fuor d'ogni  imbarazzo, la sovrapproduzione di significati, per lo più commerciali, che contorna la parola amore, mi obbliga tuttavia, quantomeno a una precisazione, onde non essere frainteso.

Con la parola amore non intendo introdurre nulla di melenso nelle pratiche della mediazione familiare: una mediazione, chessò, alla Moccia, per dire: o alla Bacio perugina; né tanto meno una mediazione connotata da spinte religiose di qualsivoglia spirito, con tendenza alla riconciliazione forzata in virtù di chissà quale divino precetto. 

Parlare d'amore nel processo di mediazione familiare significa, invece, accompagnare le parti a scegliere la strade del bene, del farsi del bene; aiutarli a trovare e imboccare la strada del bene anziché quella del male, del farsi del male.

E' questo il discorso sull'amore che il mediatore dovrebbe profondere sollecitando le parti alla risoluzione del loro conflitto: tessendo con loro le trame e gli orditi di un nuovo amore, un'amore diverso.

Di questo
amore diverso che può e deve attendere gli amori quando giungono alla loro fine, di come aiutare la coppia a cercarlo e costruirlo, ci occuperemo in queste pagine.

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