05 marzo, 2012

Il grande assente

"La schiena dell'amore è l'odio, il petto dell'odio è l'amore"
Manuel Scorza

Il tema centrale che attraversa e dissemina l'opera "L'amore alla fine dell'amore", prende abrivio da una constatazione registrata in tante presenze a convegni, seminari, percorsi formativi, visioni di altrui mediazioni (familiari): l'assenza (o comunque la ridotta e imbarazza presenza) della parola "amore", del discorso sull'amore; come se ci fosse una sorta di ritrosia, una qualche forma di pudicizia ad affrontare tale argomento di fronte a un uomo e una donna che, spesso, si presentano, invece, carichi di rancore, quando non di vero e proprio odio.

Ma si può non parlare d'amore in un percorso di mediazione familiare? Si può evitare il discorso sull'amore in quel luogo che è la mediazione familiare, luogo deputato proprio a cercare di risolvere i conflitti, le paure, le fatiche di un amore che si è perduto? 

Il mediatore interrogato sulla questione risponde -ahinoi- spesso affermativamente; il docente alla lezione di mediazione familiare risponde -ahinoi- spesso affermativamente, l'esperto o, presunto tale, di mediazione familiare risponde -ahinoi- spesso affermativamente... Ci son interi libri sulla mediazione in cui non compare per nulla tale vocabolo...

"Ma come," intona, più o meno all'unisono, questo coro: "parlare d'amore a due che si stanno separando? A due che, se va bene, si disprezzano, quando non si odiano? A due che, se potessero, si cancellerebbero dalla faccia della loro reciproca storia, se non della storia tutta?". 

Sì, rispondo io -e, sia detto chiaramente, senza alcun fondamentalismo né fondamento religioso. 

Soprattutto a loro è necessario parlare d'amore. A loro che sono comunque il frutto di un amore pregresso, loro che senza quell'amore non esisterebbero nella loro noità: quel frammento di storia, breve o lunga che sia, che unisce nel "noi" due "io" separati ed è patrimonio delle loro identità, di quello che, nel bene o nel male, sono diventati dopo che quel "noi" si è concretato; loro che, magari, hanno anche figliato allargando quel "noi" a territori di cui saranno responsabili per sempre... 

La formula tanto cara alla Sacra Romana Chiesa: "finché morte non vi separi", che sancisce il matrimonio come inseparabile vincolo, lungi dal dover essere letta come castrante costrizione che obbliga due infelicità coniugali a perpetrare i loro sadismi cercando di farseli masochisticamente piacere, andrebbe invece interpretata, come sempre accade con i diktat religiosi, per le sue indicazioni costruttive, anziché per il suo giogo distruttivo. 

Per questo, qui, parleremo soprattutto d'amore: dell'amore finito e di quello che comincia o che deve iniziare, e non ci limiteremo a parlarne attraverso gli strumenti della mediazione, ma utilizzando ogni forma di sapere che ci potrà soccorrere in questo senso: dal cinema alla musica, dalla narrativa alla poesia, dall'arte alla saggistica di qualsivoglia disciplina. 

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