19 marzo, 2012

Mediare senza sapere

In mediazione, a discapito di quanto ancora troppo spesso accade nella testa (e -ahìnoi- nella pratica) di molti suoi professionisti, quello che conta non è il sapere del mediatore, ma il sapere delle parti, mentre il sapere del mediatore ha solo una funzione di innesco per muovere, promuovere (fare esplodere?) il sapere delle parti.

Il mediatore si spossessa d'ogni forma di sapere, compreso il sapere che le parti vorrebbero carpirgli nella loro naturale richiesta di ricette solutive, affinché, in quello spazio lasciato sgombro, possa emergere il sapere delle parti.

In questo modo, dichiarando che il suo sapere in quel contesto non è importante, e dimostrandolo con concrete azioni in cui si esime dall'evocarlo, promuove esplicitamente quel rapporto di simmetrico rispetto delle reciproche verità che le parti dovrebbero conquistare nella loro stessa relazione.

Il mediatore, cioè, si estranea dalla posizione di maestro in cui le parti e il contesto tenderebbero naturalmente a posizionarlo e, in questo modo, non fa solo l'unica cosa possibile affinché la verità delle parti possa prendere corpo, ma consegna ad ognuna delle parti il ruolo di maestro, aiutandole (allenandole) poi a disciplinarlo, affinché ognuna impari ad essere contemporaneamente maestro e discente, in altre parole: ad ascoltarsi, ad ascoltarsi veramente.

Questo non significa che il mediatore non "dice", non spiega, non racconta, ma solo che il dire del mediatore ha sempre e unicamente forma di sapere-cornice: un sapere che lascia (promuove) la possibilità che le parti, dentro quella cornice, siano stimolate a dipingere il paesaggio più consono ai loro desideri e alla loro condizione attraverso la rappresentazione delle loro vite che nessun altro, più di loro, conosce.

Quando amiamo, quando amiamo davvero, almeno all'inizio dell'amore, l'Altro è per noi la nostra bussola; certo una bussola che anche ci fa girare la testa e vagabondare, a volte senza meta, ma a lui ci affidiamo e lui a noi si affida, come scolari desiderosi di apprendere, di conoscere tutto di lui e, attraverso lui, di conoscere tutto di noi e del mondo.

Tornare ad amare, anche di quell'amore diverso che la mediazione invita a cercare in ogni separazione, significa anzitutto riaprirsi, almeno parzialmente, alla capacità di affidarsi all'Altro, tornando a riconoscere e a confrontarsi con la sua verità e il suo sapere.

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