06 marzo, 2012

Sulla fragilità del mediatore


Ogni forma di rimozione o, addirittura, di censura che il mediatore compie quando si astiene dal promuovere e sollecitare il discorso sull'amore nel setting di mediazione familiare, denuncia, a mio avviso, più che la pericolosità dell'argomento, la fragilità del mediatore.

Per meglio dire: è la fragilità delle parti, prese dal loro conflitto gorgogliante di rancori, fremente di odi, che consiglia di non proferire l'argomento amore? O è la fragilità del mediatore, il suo sentirsi in pericolo quando le emozioni cominciano a circolare nel suo piccolo studio e mettono a soqquadro le sue inutili certezze, mandano a carte e quarantotto i suoi insensati protocolli?

Non voglio fare di tutta l'erba un fascio, ma per una parte ancora troppo rilevante di mediatori, vale proprio la seconda risposta, e la paura di gestire le emozioni, esorcizzata estromettendo il discorso sull'amore, porta alla conseguente fuga dalle emozioni.

Senza emozioni, tuttavia, non si può mediare o, peggio, l'unica cosa che si riesce a ri-mediare è, bene che vada, uno sterile e, va da sé, fragile accordo, destinato a frantumarsi al primo ostacolo non previsto.

Mediare significa, invece, soprattutto ri-mediare a quelle emozioni che hanno tracimato dal vaso del rispetto e della cura dell'Altro, trovando un accordo che sia musicale, prima ancora che contrattuale.

L'unico modo per uscire dal dolore e dai risentimenti per il perduto amor, è proprio quello di smascherare (narrare, rinarrare) le emozioni distruttive, aiutando le parti a ritessere il mantello delle emozioni costruttive, facendo perno sull'amore (dei figli, ad esempio, ma non solo) affinché rimetta insieme i pezzi sparsi di una storia che comunque è destinata a continuare.

Ritorneremo su questa importate questione legata alla fragilità del mediatore.

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