21 giugno, 2012

Mediazione poco Civile... molto Commerciale

A un anno e passa di distanza dalla sua nascita, mi piace qui tirare alcune prime personali somme su questa sorellina storpia della mediazione: la cosiddetta Mediazione Civile e Commerciale che (a mio avviso), per come è nata e sta crescendo e diffondendosi, ben poco sembra avere della mediazione, men che meno di civile, ma molto, molto di commerciale -inteso come sfruttamento non tanto del sano e auspicabile rapporto contendenti-organismo-mediatore che la legge dovrebbe disciplinare, ma come business tutto circoscritto tra organismi, mediatori e aspiranti tali. 

Ma andiamo con ordine... 


1. PROTOGENESI DI UNA MEDIAZIONE 

Appena dopo il parto (sulla cui fecondazione, come accenno nel titolo, tanto ci sarebbe da discutere), è partito il business della formazione che, in poco più di un anno, è arrivato a sfornare pare qualcosa come 160.000 mediatori. 

Fatta questa prima fabbricata, oggi questo business sembra in precipizio, per quanto non ci si esenti dal grattare il fondo del barile cercando di annettere nuove reclute con proposte di corsi a volte davvero raccapriccianti -manca solo di poter diventare mediatori tramite e-mail e poi le abbiamo viste tutte. 

Non che all'inizio del parto le cose andassero assai meglio, con interi percorsi formativi esclusivamente votati all'esegesi del d.lgs. 28/2010  che, anche una volta mandata a memoria, a poco o nulla serve per poter efficacemente mediare. 

Qui sta la prima deficienza della mediazione civile in Italia, che poi si ripercuote sulla diffusione di una sana cultura della mediazione: l'aver formato, un po' in fretta e con molta furia, una gran quantità di mediatori che, di fatto, non sanno mediare (non tutti, per carità! ma tanti -ahinoi- tanti, tanti): imbottiti, in 50 misere ore (che la dicono lunga sull'idea di una professione di cui probabilmente il legislatore non conosce e riconosce la complessità e la difficoltà), di più o meno superflue informazioni giuridiche ma, spesso, troppo spesso, senza aver alcuna idea di cosa sia il conflitto, di quali siano le dinamiche che muovono le relazioni umane e in che modo i molteplici aspetti della comunicazione intervengono a gestire questo complicato intreccio. 

Insomma, con queste premesse non serviva che la mediazione emettesse il suo primo vagito, sarebbe bastato guardare la sua ecografia per intuirne tutte le possibili anomalie e diagnosticare quelle deformazioni che, ad oggi, ad un anno dal parto, si palesano in tutta la loro concretezza -si veda il report del Ministero a marzo 2012 (report di marzo 2012). 

Per carità, è una fase di transizione, la piccola sta crescendo, ma proprio per questo si deve forse fare qualcosa per la sua educazione: ri-formare i mediatori, ad esempio? 


2. DALLA PROTOGENESI ALLA PARTENOGENESI 

Dal business della formazione alla mediazione poco civile e molto commerciale, sono nati, per autofecondazione mi viene da dire, i famosi organismi che dovrebbero disciplinare questo nuovo istituto. 

Questi, dopo, appunto, un processo di fecondazione il più delle volte autoreferenziale, si sono distinti, permettetemi questa semplificazione, in quattro diverse tipologie. 

La prima tipologia è quella degli organismi che, per diverse ragioni, prima fra tutte: aver creduto che la mediazione fosse "subito un business", soldi facili e immediati, si sono chiusi a riccio con diverse formule che, spesso in barba alla forma associativa o, peggio, pubblica che li caratterizza, di fatto hanno impedito (e impediscono) l'accesso agli estranei. 

Molti di questi, ad un anno di distanza, o hanno già chiuso la saracinesca, o si sono ricreduti spostandosi nella seconda o nella terza tipologia. Vediamo dunque queste due altre configurazioni. 

La seconda tipologia è quella degli organismi che hanno tentato (e tentano) di fare profitto sui tanti mediatori che, formatisi, desiderano iniziare a sperimentare le loro conoscenze o, più semplicemente, lavorare, chiedendo tariffe di ingresso finanche "usuraie". Per capirci, da 800 fino anche ai 2500 euro per essere affiliati. 

La terza tipologia è quella che potremmo definire del franchising. 
Si tratta di una formula più recente (delle cui insidie cercheremo di riflettere nel prossimo paragrafo) cui molti organismi stanno adeguandosi nel tentativo di espandere la loro rete commerciale, affiliando sedi secondarie riunite sotto un medesimo marchio, vendendo (spesso agli stessi corsisti che prima hanno formato), la loro capacità commerciale insieme a tante belle promesse (che il tempo ci dirà se sapranno mantenere), promesse tutte chiaramente lautamente pagate. Per capirci, dai 10.000 ai 20.000 euro per entrare nella rete. 

La quarta e ultima categoria è quella che vi auguro di incontrare. 
Si tratta di organismi seri, e ce ne sono, che valuteranno le vostre competenze, magari vi chiederanno anche una quota associativa, ma onesta, che non vi farà urlare allo scandalo. Magari vi chiederanno anche di aprire una filiale nel vostro territorio proponendovi una percentuale sulle mediazioni che vi passeranno (dal 60 all'80%)... 
Insomma, presumendo di aver bisogno di voi e che voi siate una risorsa affinché, anche in quel territorio, vi sia una professionista capace che li rappresenti e con cui fare business non su cui fare business. 


3. ORGANISMI IN EVOLUZIONE: POSITIVE EVOLUTION 

Il terzo passaggio che, a mio parere, si può registrare in questa fase per ora in continua evoluzione, potrebbe essere molto prolifico e promuovente per quel concetto di "cultura della mediazione" che in Italia pare faticare a diffondersi; ma si tratta anche di un passaggio che, al contempo, potrebbe anche correre il rischio di generare una vera e propria catastrofe negativa Ecco quel che, a mio avviso, sta accadendo. 

Molti organismi sopravvissuti alla prima selezione e oggi, dopo un anno di transizione, più o meno efficacemente strutturati, nella loro necessità di sopravvivenza stanno arrivando alla giusta conclusione che, al di là di aprire filiali, è necessario intraprendere un percorso di visibilità affinché l'organismo sia conosciuto e riconosciuto, visibilità cui si affianca, parimenti, l'adeguata configurazione di una rete di vendita con adeguate strategie di marketing. 

Vengono così reclutati negli organismi quelle figure che, nel mercato dei servizi e delle merci, prendono il nome di "commerciali", di fatto: più o meno abili venditori il cui scopo é rastrellare, in lungo e in largo, diversi selezionati territori con l'obiettivo (target) di vendere il loro prodotto o, in questo caso, servizio. 

Fin qui, nulla di male. Se fatta bene e con l'adeguata conoscenza e attenzione, potrebbe essere uno straordinario strumento di diffusione della mediazione: un benefico plotone addestrato a diffondere questa "nuova" opportunità e, in seno ad ogni tentata vendita, a spiegarne benefici, vantaggi, bontà, facendo da traino anche a forme meno ufficiali di mediazione come quella familiare, scolastica, di quartiere, coniugale, penale, etc. 

Ma, come potete intuire non c'è solo una faccia della luna, soprattutto nel nostro paese in cui già un miracolo che ci sia... la luna. 


4. ORGANISMI IN EVOLUZIONE: NEGATIVE PROSECTIVE 

Nel precedente paragrafo ci siamo soffermati sulla configurazione positiva di alcuni organismi che stanno sguinzagliando per tutta la penisola il loro fidi venditori, il che potrebbe essere per la mediazione, se ben fatto, un evento di grande propagazione e diffusione. 

Ma, ahinoi, non è tutto oro quello che luccica. 

Il problema nasce nel momento in cui, come solito in questo nostro mondo alla deriva, si passa dal business in cui si fa correttamente mercato, al business is business in cui non si guarda più in faccia niente e nessuno e tutto sembra lecito: l'importante è vendere. 

Sparati alla ricerca di un contratto in più, di una convenzione in più, di una mediazione in più, alcuni di questi commerciali (che potrebbero vendere indifferentemente la mediazione come l'ultima merendina nutriente, spesso senza conoscere adeguatamente né l'una né l'altra) a volte finiscono per andare ben oltre i temi della mediazione commerciale proponendo ai potenziali acquirenti l'intero catalogo della mediazione: da quella scolastica a quella familiare, magari passando pure per quella penale o interculturale... insomma, andandosi a infilare in mondi per i quali serve una profonda preparazione. 

Eccolo allora il grande rischio della mediazione: in conformità ad una vergognosa deficienza legislativa che conclama "mediatore" solo colui che si è fatto 50 misere ore di formazione, il più delle volte esclusivamente trastullandosi sull'esegesi della legge (che gli servirà per fare il mediatore come la mitra a fare il Papa), vedremo tutta una serie di mediazioni gestite da figuri di assai dubbia capacità.

Sta a vedere che avevano ragione gli avvocati ostracisti quando dicevano che questa legge (d.lgs. 28/2010fa davvero schifo? 


5. ORGANISMI IN EVOLUZIONE: ORROR VACUI 


Sì, forse avevano proprio ragione gli avvocati che, fin dai primi suoi vagiti, hanno dato addosso alla mediazione, seppur con argomenti che, francamente, palesavano più la loro paura di perdere il bottino (non a caso "bottino") che la volontà di difendere il cittadino. 

Avessero avuto la pazienza di aspettare qualche mese, avrebbero visto gli stessi sostenitori della mediazione distruggere la loro creatura e, peggio, compromettere la stessa cultura della mediazione, quantomeno in Italia perché -ahinoi- la sensazione è che il peggio debba ancora venire.

Premetto che, a differenza delle riflessioni su esposte, di cui vi sono ormai evidenti tracce, qui invece azzardo una previsione che sa un po' di pregiudizio e che mai vorrei divenisse una preveggenza. We'll' see...

Dunque, dopo aver transitato per un lungo periodo in Commissione Giustizia (precisamente dal 29 luglio 2008), ecco approdare al senato il DDL 957 relativo alle "mdifiche al codice civile e al codice di procedura civile legge in materia di affidamento condiviso"; disegno che vorrebbe, tra le varie cose, introdurre definitivamente la mediazione familiare quale strumento per disciplinare le ormai numerosissime cause di separazione e divorzio a fronte della legge sull'affido condiviso (legge n. 54/2006che il Parlamento italiano aveva bellamente eliminato nella definitiva stesura riducendolo la mediazione familiare ad una blanda possibilità ` di segnalazione da parte del giudice.

Augurandoci chiaramente che il disegno di legge si concreti (con tutti gli opportuni e necessari aggiustamenti che hanno già scatenato un sacco di sterili polemiche), quel che mi fa tremare i polsi è la possibilità che queste mediazioni familiari vengano disciplinate dai neonati organismi di mediazione civile e commerciale, con tutta la pochezza e la superficialità che abbiamo narrato.

Non mi stupirei affatto: siamo in Italia. 

Ad oggi sulla nostra penisola ci sono già qualcosa come 800 organismi attivi, per buona parte gestiti da quella categoria (gli avvocati) che se ha protestato per la Mediazione Civile, farà il diavolo a quattro per la Mediazione Familiare, insomma: bisogna accontentare le corporazioni, quale migliore soluzione che affidare agli organismi la gestione delle mediazioni familiari? Sono già passati per il filtro del ministero, sono burocraticamente organizzati, sono dislocati in tutto il territorio... peccato non sappiano fare la mediazione... (non tutti, per carità! ma tanti -ahinoi- tanti, troppi!).

Guardando con orrore nell'immaginario sprofondo, attendiamo che non si compia l'ennesimo scempio. Che la mediazione sia con noi!

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