22 ottobre, 2012

La mediazione coniugale

Pubblichiamo l'intervento di Massimo Silvano Galli al World Mediation Forum tenutosi a Valencia lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012), in cui si teorizza il concetto di Mediazione Coniugale.

La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.

Sempre più spesso chi opera nei contesti di mediazione familiare, avverte la necessità di poter governare il processo di mediazione affrancato dalle rigide strutture di un’impostazione che vorrebbe il mediatore familiare vincolato ad accompagnare le parti solo negli articolati passaggi della separazione o del divorzio. La mediazione coniugale si apre, invece, alla possibilità della riconciliazione, aiutando i partner a ritrovarsi in una dimensione comunicativa più trasparente e coinvolgente, ristrutturando il conflitto in ottica costruttiva, riscoprendo il senso, la bellezza e l'importanza di una gestione consapevole, responsabile e progettuale dello stare insieme come, laddove vi sono dei figli, di una genitorialità completa e condivisa.

Tuttavia, la differenza tra mediazione familiare e mediazione coniugale non si connota riduttivamente nel fatto che una è chiamata a dividere e l’altra ad unire, ma che una può accontentarsi di un buon accordo e l’altra non può fare a meno di generare un cambiamento, una trasformazione. Il senso della ri-congiunzione cui questa mediazione aspira, non va quindi letto unicamente come una ripresa più adeguata della convivenza, ma come la capacità del mediatore di coniugare (appunto) le istanze profonde del singolo partner con le esigenze della coppia.

Per questo, il mediatore coniugale, oltre alle tecniche specifiche della mediazione atte a governare il conflitto e a riaprire la comunicazione, è anzitutto un esperto delle cose dell’amore, poiché la mediazione coniugale è fondamentalmente un processo pervaso dall'idea dell’amore, inteso (al di là di ogni melensa configurazione) quale esercizio a fare bene, a farsi del bene, a ricercare il proprio ben-essere, dove il mediatore coniugale veste i panni di un vera e propria guida capace di aiutare le parti a ri-conoscere il proprio reciproco ben-essere, imparando il modo migliore per costruirlo con l'Altro.

Questo essere esperto nelle “cose dell’amore” al di là di ogni specificità tecnica, rappresenta il vero iato tra la mediazione familiare e questa nuova impostazione -anche, e forse soprattutto, dal punto di vista della formazione che risulta spesso incomprensibilmente avulsa dalle conoscenze dell’amore e, soprattutto, dell’amore contemporaneo, impropriamente sostituito da riflessioni e teorie sulle fasi della vita della coppia e della famiglia che altra cosa sono e che per altro rispondono solo parzialmente e per lo più psicologicamente ai tanti perché che la tematica impone.

Il tempo e lo spazio non ci consentono qui di affrontare come meriterebbe questa riflessione sull'amore contemporaneo tanto importante per il mediatore coniugale. Accenniamo solo, a titolo esemplificativo, uno dei temi che tanto dovrebbero interrogare anche il mediatore familiare: ossia la rivisitazione critica della grande conquista del divorzio che, alla fioca luce dell’amore liquido, così Zygmunt Bauman ha definito le relazioni di coppia del nostro tempo, sembra essersi trasformata fin troppo velocemente in una sconfitta a cui si ricorre più per aver smarrito le coordinate dell’amore che per aver smarrito le coordinate dell’amato.

Sembra proprio che, in assenza di adeguati percorsi educativi capaci di accompagnare bambini e ragazzi a comprendere le contemporanee configurazioni dell’amore, la relazione di coppia, conquistata la possibilità di sciogliersi dai suoi vincoli sociali, invece di nutrirsi di nuove opportunità capaci di consolidare lo spazio del “noi”, si è aggrappata alle ondivaghe esigenze dell'io, preda delle stesse mareggiate di precaria identità connotata da una fragilità tanto estrema che, come mai prima d’ora, le separazioni hanno di fatto superato le unioni.

Lo spazio della mediazione coniugale si presta allora a divenire il luogo della cura dell’amore, in un tempo in cui le relazioni amorose sembrano non tenere il passo della stabilità. Un aiuto che non necessariamente deve passare da percorsi terapeutici, come troppo spesso il luogo comune vorrebbe, ma che può trovare soluzione e conforto proprio in esplorazioni meno invasive come la mediazione, con la sua capacità, in primo luogo, di guardare al futuro senza necessariamente risolvere tutti i problemi del passato: regolando i modelli comunicativi tra i partner e riconfigurando costruttivamente e positivamente la loro capacità di gestire e promuovere un sano conflitto evolutivo.

Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una posizione ideologica, votata all’idea della coppia come soggetto indissolubile, né mossa da qualsivoglia criticità verso l’istituto del divorzio; bensì di uno strumento che, nella complessità della gestione degli amori contemporanei, si offre laicamente alla coppia in crisi, come pure alla coppia che desidera darsi la possibilità di prevenire la crisi.

Il mediatore coniugale non fornisce dunque ricette solutive, ma si propone alla coppia in crisi, come alla coppia che la crisi la vuole prevenire, quale possibile aiuto affinché i partner imparino a individuare e genere i ri-medi più efficaci non solo per sopperire alla crisi ma, soprattutto, per generare il loro benessere, fosse anche la scoperta che quel benessere deve necessariamente passare da una separazione.

Ciò significa che questi ri-medi non hanno e non vogliono avere nessuna pretesa diagnostica o prognostica né, tantomeno, prescrittiva. La mediazione coniugale che sostiene questo intervento si distanzia, infatti, dalle pratiche della scienza positivista proprio perché non tratta le persone come oggetti di indagine, ma come soggetti che differiscono dagli oggetti per la loro irriducibile univocità, per la loro capacità di saper riflettere su di sé, per la loro abilità nel collaborare alla diagnosi dei “problemi” che li attanagliano e nel produrre quella conoscenza necessaria a risolverli.

Si tratta di un approccio fortemente situazionista, i cui interventi e le cui strategie non si fondano sulla ripetizione delle relazioni osservate in precedenza, ma sul contesto e sui soggetti che, per loro natura, differiscono ogni volta.

Scopo dell’intervento è risolvere un disagio che gli stessi soggetti partecipanti hanno contribuito a definire, essendo loro i soli detentori delle principali risorse che porteranno o meno a qualche soluzione. Un paradigma da cui, evidentemente, è assente qualsiasi etichettatura tesa a evidenziare disturbi o patologie e persino tassonomie che svierebbero il mandato del mediatore coniugale; insomma un modello che non è interpretativo ma dis-piegativo di quella materialità esistenziale che contestualizza e dà senso all’oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogandosi sulla capacità/possibilità delle parti di dar vita al cambiamento, partendo dal riconoscimento delle potenzialità, latenti o manifeste, attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi o, in ottica preventiva, le possibili condizioni che scatenano la crisi.

L’azione di mediazione è qui dunque intesa, anzitutto come capacità del mediatore di sagomarsi alla realtà data, aiutando le parti a comprendere la realtà della crisi, facendo perno sulle loro risorse per superarla positivamente.
Sono parte caratterizzante di questo approccio alcuni presupposti che favoriscono l’efficacia dell’intervento come, l’abbiamo già accennate ma è bene ribadirle:
  • approcciarsi alle parti in un’ottica maieutica affinché le soluzioni proposte e validate siano il frutto di una scoperta e di una consapevolezza maturata autonomamente nel confronto, e non l’esercizio di consigli e buone pratiche tratte da qualche “ricettario del mediatore”;
  • accompagnare le parti a prendere consapevolezza del processo attraverso il quale ognuna di esse percepisce, assimila, investe e svuota di senso le proprie condizioni esistenziali dando il proprio contributo alla costruzione di un personalissimo modello di interpretazione e di azione sul mondo;
  • lavorare alla conquista di una nuova autonomia dei soggetti coinvolti, affinché riconquistino fiducia in se stessi, modifichino positivamente gli eventuali atteggiamenti aggressivi o sottomissivi e si dispongano nella migliore condizione per scoprire nuove opportunità di determinarsi;
  • e, infine, ma non per ultimo, procedere lungo questi sentieri avvalendosi delle opportunità di conoscenza, di progettualità e di azione provenienti da tutte le forme e le espressioni della cultura umana, pensando alla mediazione coniugale come ad un contenitore dinamico dove i saperi tutti possono essere canalizzati per cogliere uno stesso oggetto da più punti di vista, svelando la moltitudine di verità che lo determinano e le possibilità tras-formative che cela, abbracciando e riconoscendo così la complessità di ogni storia d’amore e degli sguardi multidisciplinari necessari a comprenderla.
Tale borderò, lungi dal voler promuovere qualsiasi lettura meccanicistica della mediazione coniugale, vuole ribadire invece la necessaria complessità di questo approccio, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare.

Ed è a partire da questa confusione (che sempre emerge sulla scena della mediazione familiare) che si fa largo, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che accompagni la mediazione coniugale non solo nell'affrontare la "crisi d'amore" ma anche, è importante ridirlo: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.

Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, dunque, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.

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