06 febbraio, 2013

Istanbul: "Archetipi nella casa di un Dio altrui"

A Istanbul, che fu Bisanzio e poi Costantinopoli, come tanti altri luoghi degni dello sguardo di un tour operator, i turisti strascicano i piedi come zombi da un imperdibile museo a un’improrogabile gita sul Bosforo per poi finire, grazie a Allah, in una moschea (qui tira di brutto quella Blu, ma io consiglio una delle tante altre che non sono da meno ma sono di meno affollate) che, a parer mio, è il solo luogo che valga davvero la pena, col suo secolare profumo di piedi affaticati che i tappeti, più che orientali, dis-orientati da tanto blasfemo turismo, hanno meticolosamente assorbito.

E sarà questo olezzo o il cielo a volta stellato di fine ceramica caleidoscopica o i suoni ipnotici di questo islamico pregare, ma io qui ci passerei giornate intere (a proposito di viaggiarsi dentro), osservandomi riflesso in ogni archetipo che la casa di questo Dio altrui rilascia: un padre che insegna al figlio i gesti del pregare, bimbi che giocano a nascondarello, anziani che parlano del più e paiono tralasciare il meno e, ça va sans dire, uomini e donne genuflessi verso la Mecca... piccole stelle polari nell’architrave infinita dell’universo che fanno prove di ri-orientamento affinché, almeno per una volta, sia la montagna ad andare da Maometto. Chissà...

Quel che è certo è che, stando qui seduto, vien davvero una gran voglia di conversione, e se non fosse che credo troppo in me per tradirmi con qualsivoglia divinità essoterica, quasi quasi mi ci butterei.

Ciò detto, io a Istanbull, e in questo viaggio attorno all’Anatolia, non sono venuto a cercare niente di tutto quello che -ahimè- finirò, giocoforza, per vedere (moschee e conversioni comprese) e se per caso dovessi incontrare me stesso, o qualcuno che almeno gli somiglia, cambierei strada di corsa.


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