02 settembre, 2013

L'adolescente dietro lo specchio

Pubblichiamo l'articolo di Massimo Silvano Galli parte del libro "100 Anni di Adolescenza" edito per i tipi del Comune di Milano nel 2005. 

"E' soltanto il lato poetico delle cose che mi interessa sul serio," scriveva Henry Miller nel suo Paradiso perduto, perché, continuava: "In definitiva c'è solo un linguaggio: il linguaggio della verità. Conta poco come ci arriviamo.". 

Quando si lavora con la materia creativa insieme alle ragazze e ai ragazzi adolescenti la sfida è tutta in questa citazione: provare per una volta a raccontare, a raccontarci, quella parte di verità così poco svelata che si cela nella poesia delle cose o, nella fattispecie, di quella cosa oggi tanto raccontata (talvolta fino alla mistificazione) che è l'adolescenza e i suoi attori contemporanei. O meglio: se la verità è davvero un prisma dalle molteplici sfaccettature, sforzarci di afferrare la sua angolazione più intima e impalpabile: quella che risiede nelle profondità dell'opera creativa. 

Una sfida certo non semplice, e non tanto per le presumibili (e per altro soggettive) difficoltà dei suoi obiettivi, quanto per lo scontro sotteso tra due sistemi di pensiero che la proposta tacitamente esplicita. 

Pensiamoci bene. La frase di Miller, l'idea che possa esistere una verità poetica, pari, per dignità e valore, al fatto che due più due fa quattro, è un qualcosa talmente lontano dalla forma mentis della nostra società, da sembrare, ai più, un divertente paradosso. 

Viviamo in una società fortemente regolata dalla scienza e dai suoi paradigmi, dove con il termine "scienza" la gran parte degli uomini intende quel qualcosa di complesso che mescola insieme discipline diverse come: la medicina, la farmaceutica, la fisica, la meccanica, l'elettronica, l'informatica, etc. e che, conseguentemente, il senso comune traduce con il vocabolo di "progresso" identificando con esso il progredire, appunto, delle scienze e delle tecnologie. 

Basti pensare a questo diffusissimo luogo comune per comprendere la profonda corruzione mentale cui siamo sottoposti: nel vocabolo "progresso" come in quello di "verità", infatti, l'opinare delle genti sembra escludere a priori la presenza dell'arte e della letteratura, della musica, della danza, della poesia, quasi che queste non abbiano contribuito, non contribuiscano e non possano contribuire, al progresso dell'Uomo, alle verità ultime dei fenomeni. 

Non si tratta qui di esecrare la scienza in quanto tale, ben consci che la sua storia è anche storia della ragione contro il pregiudizio e contro l'ignoranza e le sue tappe si dipanano lungo tutta l'intricata vicenda umana stabilendo di volta in volta un nuovo primato di civiltà. 

Non esecrare la scienza, dunque, ma certo provare a porre un freno a questa fede cieca e assoluta che, accompagnata da una vera e propria teologia della scienza (che ogni giorno ci racconta dal pulpito dei mass-media qualche buona novella -è ormai impossibile aprire il quotidiano senza trovare qualche nuova e miracolosa scoperta), rischia di diventare dannosa e autodistruttiva issandosi ad unica bandiera di verità e impedendo la diffusione di un'idea altra di conoscenza: quella visione che passa, appunto, dalle arti, dalla spiritualità, da quell'irrazionale che contiene tutte le risposte e nessuna. 

Tra le varie discipline che contribuiscono a configurare questa verità rivelata, la statistica è certamente tra le più in voga e, a vero dire, senza mancare di una certa attendibilità. 

Sappiamo tutti benissimo che per una grande quantità di situazioni gli studi e le indagini statistiche hanno il potere di rivelarci, con una certa esattezza, le caratteristiche e il profilo di alcuni fenomeni. Intere aree del commercio, ad esempio, fondano il loro successo proprio sulla certezza delle statistiche, avendo più volte dimostrato che la diffusione di un certo messaggio ad un numero "x" di persone produce almeno un "y" numero di vendite sicure. Si tratta di uno degli sterminati esempi di conoscenza trasformata in linguaggio numerico, una delle tante e possibili applicazioni attraverso la quale si concretizza il concetto numerico della realtà, ossia quel concetto che, a partire dall'invenzione stessa del numero, ha permesso la discesa progressiva verso una cultura capace di trasformare in cifre -nel Verbo della scienza- l'intero universo dell'esperienza spirituale umana. 

Amore, sentimento, odio, paura, intelligenza, verità, menzogna, ogni cosa oggi può essere misurata, fino a trasformare l'Uomo in una sequenza -appunto- di numeri. 

Ma, la scienza, i numeri, sono solo una parte della verità, dicevamo, ed è bene non cadere nell'errore di quell'esperto di statistica che affogò mentre attraversava un fiume che era profondo, in media, un metro e trenta. 

Esiste quindi un'altra parte di verità, una verità che risiede nell'opera -e non necessariamente nell'opera d'arte. Ma, per comprenderla, è necessario superare l'esperienza della verità scientifica, staccandosi dal metodo scientifico e riconoscendo, anzitutto, quelle esperienze di verità che comunque hanno luogo al di là dei confini che esso stabilisce, ossia tutte quelle esperienze che non si basano su metodologie di tipo scientifico e di cui l'esperienza del creare è protagonista attiva. 

Quando si lavora con la materia creativa l'obiettivo è proprio questo: spostare l'oggetto della conoscenza dal profilo del metodo scientifico al profilo, per così dire, extrametodico della verità insita nell'opera, invitando i ragazzi e le ragazze, adolescenti di oggi, a provarsi con la costruzione di un processo creativo. 

Creare, realizzare la propria opera, scrivere di sè, ritagliarsi, dipingersi, poetarsi, inventarsi è allora come rispondere ad uno di quei questionari che la statistica è solita somministrare per le sue rilevazioni, con la sola differenza che l'invito alla creatività è -di fatto- un questionario senza domande in cui ognuno è chiamato a rispondere secondo l'arbitrio della propria anima e del proprio cuore. 

Nello sforzo che si chiede ai ragazzi e alle ragazze di rappresentarsi attraverso la verità dell'opera (sforzo che, per altro, è volutamente non circostanziato), emerge sopra a tutto la certezza di verità che caratterizza l'esperienza creativa e che sta al di là d'ogni confronto col reale. 

L'opera, le opere di questi ragazzi, infatti, non si lasciano confrontare con il reale; stabiliscono un reale tutto loro, vero in quanto tale, dove vengono alla luce aspetti e informazioni invisibili a tutti i microscopi della scienza. Basta provare a prendere uno qualsiasi di questi "capolavori" e mettetelo a confronto con le tante rivelazioni con cui i sondaggi e i media , giorno dopo giorno, tratteggiano il profilo della nostra gioventù. Scoprirete che le opere dei ragazzi non si pongono su un piano contraddittorio, non dicono: "No, noi non siamo come le statistiche ci descrivono", rifiutano addirittura il confronto, parlano diametralmente un altro linguaggio: si rivelano nel canto poetico della profondità e ai tanti volti patinati che compaiono sui magazine, alle belle faccine in fila davanti agli studios tv per i vari "Grande Fratello" e i vari "Saranno Famosi", raccontano una storia che è veramente altra . 

Si tratta di un vero e proprio evento rivoluzionario, inteso come capacità dell'opera di rivoltare l'ordine delle cose, di dargli un altro ordine e mostrare, per un attimo, anche per un solo istante, la realtà da un'altra prospettiva, inaccessibile agli strumenti di lettura della scienza. Ed è in questa rivoluzione che si scatena una verità di cui persino il creatore non è autore ma fruitore, come colui che l'opera la osserva -l'autore cioè non dispone del vero e con esso gioca ad ornare, per così dire, l'opera; ma scopre anch'egli, mentre crea, la parte di verità che va scatenando. 

Per questo il lavoro creativo con i ragazzi promuove continuamente un dentro-e-fuori dall'opera attraverso strumenti capaci di spostare sempre il partecipante da osservatore del creato a creatore, cercando così, attraverso il proprio spazio di sperimentazione, di presentare ai ragazzi e alle ragazze un duplice strumento di indagine e di consapevolezza: quello relativo alla fruizione e quello relativo alla creazione dell'opera. 

Un'operazione che permette ad ognuno dei partecipanti di scoprire, anche laddove accade in forma latente, che esiste uno spazio per "dire" e per "dire in profondità", uno spazio tutto personale e non alienato a niente e a nessuno, ma soprattutto uno spazio capace di farci scoprire, di rivelare di noi e del mondo che ci circonda altre possibili verità . 

Di questo spazio, ne siamo convinti, necessitano , oggi come mai, non solo i ragazzi, ma la società tutta come di un qualcosa che pare aver dimenticato ma di cui abbisogna più di quanto non sappia o creda e che rimane indispensabile alla stessa sopravvivenza umana. 

E allora è soprattutto con i ragazzi e con le ragazze, adolescenti di oggi, che diventa importante costruire percorsi capaci di tornare ad aprire questa porta che dà sull'ignoto della verità dell'arte e della poesia, restituendo loro, in forma piena e possente, la parola, ascoltandoli e insegnandoli ad ascoltarsi per tornare a riconoscerli, ma per davvero, come i veri e soli protagonisti del nostro domani. 

I percorsi del creare propongono questo metodo le cui asserzioni e i cui possibili risultati dispongono sui tavoli della riflessione una verità diversa che può sembrare fuori dai confini della Realtà, proprio perché riguarda una Realtà non scientifica, ovvero una Realtà che questa società non riconosce. 

L'ipotesi base di questo tipo di intervento, volendo ridurla ad una formula da portarsi in tasca (e in qualche modo arrendendosi alla facilità della regola scientifica), è quella per cui la Realtà, coi i suoi tanti (troppi) aggettivi (vera, falsa, oggettiva, soggettiva, etc.), non rappresenta altro che un valore che le società, gli individui, le epoche, di volta in volta si annettono cercando -appunto- di avvalorare la propria verità per dominare quella, quelle altrui. Saperlo, capirlo, sentirlo è il primo vero grande passo verso ogni tipo di salvaguardia (di prevenzione) di sé e degli altri.

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